Analisi del carico oncologico mondiale e proiezioni al 2050: cosa ci dicono i dati GLOBOCAN 2022

Gli sconvolgimenti causati dalla pandemia COVID-19, i conflitti geopolitici e la crisi del costo della vita hanno alterato significativamente l’assistenza oncologica globale, complicando la prevenzione e il trattamento del cancro. Il calo dell’Indice di Sviluppo Umano (ISU) globale, osservato tra il 2020 e il 2022, riflette l’impatto di queste crisi e suggerisce possibili diseguaglianze negli outcome oncologici, spesso evidenti nell’aumento del rapporto mortalità-incidenza (MIR), utilizzato come misura della sopravvivenza e dell’equità degli esiti oncologici.

Un recente studio pubblicato su JAMA Network Open ha utilizzato i dati del Global Cancer Observatory (GLOBOCAN) 2022 per analizzare la distribuzione e le proiezioni demografiche fino al 2050 di 36 tipi di cancro per età, sesso e regione geografica. Gli indicatori principali includevano l’incidenza, la mortalità, la prevalenza e il MIR, calcolati secondo gli standard globali. Le proiezioni sono state effettuate assumendo tassi di incidenza e mortalità costanti.

I dati ci dicono che nel 2022 si sono registrati circa 20 milioni di nuovi casi di cancro, e si stima che entro il 2050 tale numero raggiungerà i 35,3 milioni (+76,6%). I decessi annuali per cancro dovrebbero passare da 9,7 a 18,5 milioni (+89,7%). La prevalenza di 178,9 casi per 100.000 persone nel 2022 evidenzia un carico crescente di pazienti oncologici a livello globale, con il cancro al polmone che si conferma il principale tipo di cancro in termini di incidenza e mortalità. Le stime evidenziano anche disparità significative nel carico oncologico tra i Paesi: entro il 2050, nei Paesi a basso ISU si prevede un incremento del 142,1% dei nuovi casi di cancro e del 146,1% dei decessi rispetto a un incremento del 41,7% e del 56,8% nei Paesi ad alto ISU.

Lo studio evidenzia come le disparità legate al cancro siano determinate da molteplici fattori socioeconomici, tra cui il livello di ISU, le disuguaglianze di genere e l’accesso ai servizi sanitari. È stato osservato che i maschi presentano un tasso di incidenza e mortalità superiore rispetto alle femmine, verosimilmente dovuto a un’interazione complessa di fattori di rischio modificabili (es. fumo, alcol) e a una partecipazione minore ai programmi di prevenzione e screening. Le proiezioni segnalano un aggravamento di queste disuguaglianze fino al 2050.

È pertanto necessaria una strategia sanitaria globale rafforzata per garantire un accesso equo ai trattamenti e migliorare i tassi di sopravvivenza nei Paesi a basso e medio reddito. L’implementazione della copertura sanitaria universale e l’espansione dei programmi di screening possono rappresentare misure efficaci per attenuare il crescente divario nel carico oncologico globale.

  • 1. Bizuayehu HM, Ahmed KY, Kibret GD, Dadi AF, Belachew SA, Bagade T, Tegegne TK, Venchiarutti RL, Kibret KT, Hailegebireal AH, Assefa Y, Khan MN, Abajobir A, Alene KA, Mengesha Z, Erku D, Enquobahrie DA, Minas TZ, Misgan E, Ross AG. Global Disparities of Cancer and Its Projected Burden in 2050. JAMA Netw Open. 2024 Nov 4;7(11):e2443198. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2024.43198.

La sfida dell’intelligenza artificiale nella ricerca accademica: opportunità, preoccupazioni e prospettive future

Un’indagine condotta dalla Oxford University Press (OUP)  ha esplorato l’impatto dell’intelligenza artificiale (IA) sulla comunità accademica, evidenziando come i ricercatori stiano affrontando questa rivoluzione tecnologica. La survey, che ha raccolto 2.345 risposte tra marzo e aprile 2024, ha analizzato atteggiamenti, comportamenti e aspettative verso gli strumenti di IA, con l’obiettivo di comprendere meglio le opportunità e le sfide che questa tecnologia comporta lungo l’intero percorso di ricerca.

Il 76% dei ricercatori intervistati dichiara di utilizzare strumenti di IA nella propria attività, principalmente per traduzioni automatiche (49%), chatbot (43%) e strumenti di ricerca basati sull’IA (25%). Tuttavia, solo il 27% si ritiene ben informato sulle potenzialità e i limiti di tali tecnologie, e il 69% insiste sulla necessità di valutare attentamente le implicazioni dell’uso dell’IA prima di integrarla nel proprio lavoro. In generale, il 67% riconosce alcuni benefici derivanti dall’IA, soprattutto in termini di efficienza, mentre il 37% apprezza il potenziale risparmio di tempo. Nonostante ciò, solo il 19% crede che l’IA possa migliorare la qualità complessiva della ricerca.

Un dato significativo riguarda la scarsa fiducia verso le aziende che sviluppano strumenti di IA: solo l’8% degli intervistati è convinto che queste rispettino le normative sulla protezione dei dati, e appena il 6% ritiene che tengano realmente conto della privacy e della sicurezza. Il 50% dei ricercatori manifesta preoccupazioni per l’impatto che l’IA potrebbe avere sul futuro della ricerca accademica, tra cui la compromissione della proprietà intellettuale e il mancato riconoscimento degli autori originali. Inoltre, tre ricercatori su cinque ritengono che l’IA possa influire negativamente sulle competenze accademiche, con un quarto (25%) che teme una riduzione della necessità di esercitare un pensiero critico.

L’indagine ha rivelato differenze significative tra i ricercatori a inizio carriera e quelli più esperti. I primi mostrano atteggiamenti più polarizzati: il 25% è scettico o critico sull’uso dell’IA, rispetto al 19% dei colleghi più avanti nella carriera. Le preoccupazioni sembrano quindi accentuarsi tra chi si trova nelle fasi iniziali, suggerendo un bisogno maggiore di formazione e supporto per questa fascia di professionisti.

Un altro aspetto centrale dell’indagine è il ruolo delle istituzioni accademiche, delle società scientifiche e degli editori nel guidare l’integrazione dell’IA nella ricerca. Il 54% dei ricercatori si affiderebbe alla propria società scientifica per indicazioni sull’uso dell’IA, il 43% si rivolgerebbe alla propria istituzione e il 27% agli editori. Tuttavia, quasi la metà dei partecipanti (46%) ha segnalato che la propria organizzazione non dispone di una politica sull’IA o che tale politica non è nota.

La OUP sottolinea l’importanza di definire un approccio responsabile e sostenibile all’utilizzo dell’IA, collaborando con i fornitori della tecnologia per stabilire principi chiari di utilizzo e la necessità di un quadro normativo per garantire che l’IA sostenga la ricerca senza comprometterne l’integrità.

Questa survey, attraverso un’analisi approfondita e rappresentativa di diverse discipline, aree geografiche e fasi di carriera, non solo fotografa l’attuale rapporto tra IA e ricerca, ma intende anche alimentare un dialogo costruttivo su come sfruttare le opportunità offerte dall’IA minimizzandone i rischi. Per costruire un futuro che rispetti i valori fondamentali della comunità accademica, è essenziale che tutte le parti interessate collaborino per sviluppare strumenti etici, trasparenti e realmente utili per il progresso della conoscenza scientifica.

Assumere gli antipertensivi la sera non riduce gli eventi cardiovascolari: i risultati dello studio BedMed

Per oltre due decenni, la possibilità di migliorare la prevenzione cardiovascolare semplicemente modificando l’orario di assunzione degli antipertensivi ha affascinato la comunità scientifica. Alla base di questa ipotesi vi è l’andamento circadiano della pressione arteriosa (PA), che tende fisiologicamente a ridursi durante il sonno. La PA notturna, in particolare, è stata identificata come un predittore più accurato degli eventi cardiovascolari rispetto alla PA diurna, suggerendo che un’elevata PA notturna possa comportare un rischio cardiovascolare maggiore, probabilmente in virtù delle differenze metaboliche tra sonno e veglia. Da qui l’idea che, l’assunzione serale dei farmaci antipertensivi, potesse potenziare la riduzione del rischio cardiovascolare, agendo più efficacemente sulla PA notturna.

Tre grandi trial clinici randomizzati hanno provato a rispondere alla domanda, ma con risultati discordanti. Il trial MAPEC (2000–2009) e, successivamente, lo studio Hygia (2008–2018), entrambi condotti dallo stesso gruppo di ricerca, avevano suggerito una significativa riduzione del rischio cardiovascolare – rispettivamente del 61% e del 45% – con la somministrazione serale.

Tre grandi trial clinici randomizzati hanno provato a rispondere alla domanda, ma con risultati discordanti. Il trial MAPEC (2000–2009) e, successivamente, lo studio Hygia (2008–2018), entrambi condotti dallo stesso gruppo di ricerca, avevano suggerito una significativa riduzione del rischio cardiovascolare – rispettivamente del 61% e del 45% – con la somministrazione serale. Tali risultati, seppur sorprendenti, sono stati oggetto di intense discussioni nella comunità scientifica, che ha chiesto ulteriori conferme indipendenti prima di un eventuale cambiamento delle linee guida. A raffreddare gli entusiasmi è giunto il trial TIME (2011–2021), che non ha rilevato alcun beneficio dalla somministrazione serale, attribuendo i risultati nulli alla bassa aderenza e al profilo di rischio relativamente basso dei partecipanti.

Il trial BedMed, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati su JAMA, è stato disegnato per chiarire definitivamente la questione. Si tratta di uno studio pragmatico, multicentrico, open-label ma con endpoint valutati in modo cieco, che ha arruolato 3.357 pazienti ipertesi in trattamento con almeno un antipertensivo in monosomministrazione giornaliera. I partecipanti, reclutati attraverso 436 medici di famiglia in cinque province canadesi, sono stati randomizzati ad assumere i farmaci al mattino o alla sera. Il follow-up mediano è stato di 4,6 anni.

L’endpoint primario era rappresentato da un composito di morte per tutte le cause, ospedalizzazione o accesso in pronto soccorso per ictus, sindrome coronarica acuta o scompenso cardiaco. I risultati sono stati inequivocabili: il tasso di eventi cardiovascolari è stato di 2,3 per 100 anni-paziente nel gruppo serale, contro 2,4 nel gruppo mattutino (HR aggiustato 0,96; IC 95%, 0,77–1,19; p = 0,70). Nessuna differenza significativa è emersa nemmeno nei singoli componenti dell’endpoint o negli eventi avversi di sicurezza, tra cui cadute, fratture, glaucoma o declino cognitivo.

I risultati di BedMed confermano quelli dello studio TIME e di una vasta coorte osservazionale spagnola, che non hanno rilevato differenze nella mortalità cardiovascolare o generale in relazione all’orario di assunzione degli antipertensivi. Al contrario, divergono nettamente dai trial MAPEC e Hygia, i cui risultati, secondo gli autori di BedMed, potrebbero essere stati influenzati da bias selettivi e mancanza di trasparenza nella gestione dei dati.

Pur avendo registrato un numero inferiore di eventi rispetto a TIME e Hygia, BedMed ha comunque escluso, con sufficiente potenza statistica, qualsiasi riduzione significativa del rischio rendendo improbabile un beneficio clinicamente rilevante della somministrazione serale. È inoltre il primo trial a valutare sistematicamente anche esiti visivi e cognitivi, senza evidenziare differenze tra i due gruppi. L’aderenza al trattamento, auto-riferita, è risultata leggermente inferiore nel gruppo serale, specialmente tra i pazienti in terapia con diuretici, ma simile a quella rilevata in TIME.

In conclusione, BedMed rafforza l’idea che il timing dell’assunzione degli antipertensivi non sia un fattore determinante né per l’efficacia terapeutica né per la sicurezza. La scelta dell’orario dovrebbe quindi basarsi esclusivamente sulle preferenze del paziente, promuovendo la massima aderenza alla terapia.

Fonte:

  1. Garrison SR, Bakal JA, Kolber MR, et al. Antihypertensive Medication Timing and Cardiovascular Events and Death: The BedMed Randomized Clinical Trial. JAMA 2025;333(23):2061-2072. doi:10.1001/jama.2025.4390.

Approvazione accelerata dei farmaci antitumorali

Un recente studio pubblicato sul JAMA1 ha sollevato preoccupazioni sull’utilizzo dell’approvazione accelerata da parte della Food and Drug Administration

(FDA) per i farmaci antitumorali. Il lavoro ha esaminato i risultati in termini di benefici clinici dei farmaci antitumorali approvati con procedura accelerata tra il 2013 e il 2023, analizzando anche il processo di conversione in approvazione “regolare” attuato dalla FDA. Dall’analisi sono emerse diverse criticità:

Benefici clinici limitati: nonostante un follow-up di oltre 5 anni, molti farmaci antitumorali approvati con procedura accelerata non hanno dimostrato benefici significativi in termini di sopravvivenza globale o di qualità di vita dei pazienti.

Processo di conversione problematico: le decisioni della FDA riguardanti il passaggio dei farmaci dall’approvazione accelerata a quella regolare sono state eterogenee, con alcuni farmaci che hanno mostrato miglioramenti nei risultati chiave, mentre altri non hanno dimostrato benefici clinici sostanziali.

Utilizzo di endpoint surrogati: l’uso sempre più frequente di misure surrogate, come il tasso di risposta, per supportare la conversione all’approvazione regolare è stato oggetto di critica, poiché la loro accuratezza nel predire benefici clinici è stata messa in dubbio.

    • Pazienti informati: è essenziale che i pazienti siano consapevoli dei limiti dei farmaci antitumorali approvati con procedura accelerata e dell’incertezza che circonda il loro effettivo beneficio clinico.
    • Gli operatori sanitari devono valutare attentamente le prove a sostegno dell’uso dei farmaci approvati con procedura accelerata e dare priorità ai trattamenti con benefici clinici dimostrati.
    • Agenzie regolatorie: serve un maggior controllo e una supervisione più rigorosa del processo di approvazione, in particolare per quanto riguarda l’uso di endpoint surrogati e la conversione dei farmaci all’approvazione ordinaria.

    Garantire che i pazienti affetti da cancro ricevano trattamenti sicuri ed efficaci richiede un approccio più cauto e rigoroso all’approvazione accelerata dei farmaci. La priorità deve essere data alla tutela della salute dei pazienti, basandosi su prove scientifiche solide e non su scorciatoie regolatorie.

    Carboidrati e invecchiamento sano: uno studio longitudinale sulle donne del Nurses’ Health Study

    Un’elevata qualità dei carboidrati nella dieta di mezza età è associata a un invecchiamento più sano. Lo dimostra una nuova analisi prospettica di coorte del Nurses’ Health Study, pubblicata su JAMA Network Open, che ha coinvolto oltre 47.000 donne e ha seguito la loro alimentazione e stato di salute per oltre trent’anni (1). I risultati sostengono con forza che non tutti i carboidrati sono uguali: quelli provenienti da cereali integrali, frutta, verdura e legumi possono avere un impatto favorevole sulla longevità e la salute cognitiva e fisica in età avanzata.

    Lo studio, condotto da Ardisson Korat e colleghi, ha esaminato l’associazione tra l’assunzione di carboidrati (quantità totale e qualità) nella mezza età e la probabilità di raggiungere la vecchiaia in buona salute. Le partecipanti, tutte sotto i 60 anni all’inizio dello studio nel 1984, sono state seguite fino al 2016. Il principale outcome era rappresentato dal raggiungimento di un invecchiamento “in salute”, definito come assenza di malattie croniche maggiori, mantenimento delle funzioni cognitive e fisiche, e buono stato di salute mentale, secondo le risposte ai questionari del 2014 e 2016.

    Dalle analisi è emerso che un aumento del 10% dell’apporto calorico giornaliero da carboidrati totali si associa a una maggiore probabilità di invecchiare in salute (OR 1,17; IC 95%: 1,10-1,25). L’associazione risultava ancora più marcata per i carboidrati di alta qualità (OR 1,31; IC 95%: 1,22-1,41), mentre un maggiore consumo di carboidrati raffinati (quelli provenienti da farina di grano raffinata, patate e zuccheri aggiunti) si correlava negativamente all’invecchiamento sano (OR 0,87; IC 95%: 0,80-0,95).

    I carboidrati derivati da frutta, verdura e cereali integrali si confermavano i più favorevoli, con odds ratio compresi tra 1,11 e 1,37 per ogni incremento del 5% dell’energia giornaliera. Anche il consumo di fibra alimentare, in particolare quella proveniente da frutta, verdura e cereali, mostrava un’associazione positiva con l’invecchiamento sano (OR fino a 1,17 per incremento di 1 deviazione standard).

    Un alto indice glicemico (GI) e un elevato rapporto carboidrati/fibra erano invece negativamente associati all’outcome, indicando che il carico glicemico dei carboidrati ha un ruolo rilevante. Interessante anche l’analisi dei modelli sostitutivi: rimpiazzare isocaloricamente i carboidrati raffinati, le proteine animali o i grassi (inclusi i trans) con carboidrati di alta qualità migliorava la probabilità di invecchiamento sano, con odds ratio tra 1,08 e 1,16.

    Tra i principali punti di forza dello studio si segnalano la lunga durata del follow-up, l’ampia coorte con dati dettagliati e aggiornati su dieta e salute, e l’accurata definizione di “invecchiamento sano”, che include dimensioni fisiche, mentali e cognitive. La coorte delle infermiere, ben caratterizzata e con elevata compliance, rappresenta un modello ideale per studi osservazionali su dieta e salute a lungo termine.

    Tuttavia, lo studio presenta alcune limitazioni. I dati dietetici si basano su questionari autosomministrati, soggetti a potenziali recall bias e misclassificazioni. Inoltre, la popolazione studiata comprende esclusivamente donne, prevalentemente bianche e con un livello socioeducativo elevato, limitando l’estendibilità dei risultati ad altri gruppi demografici. Infine, trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire nessi causali, sebbene l’analisi statistica abbia tenuto conto di numerosi fattori confondenti.

    Bibliografia:

    1. Ardisson Korat AV, Duscova E, Shea MK, et al. Dietary Carbohydrate Intake, Carbohydrate Quality, and Healthy Aging in Women. JAMA Netw Open 2025;8(5):e2511056. doi:10.1001/jamanetworkopen.2025.11056

    Antipertensivi e demenza: esiste una classe di farmaci che offre una protezione migliore?

    Un grande studio di coorte internazionale, pubblicato su Age and Ageing , riapre il dibattito sull’impatto dei farmaci antipertensivi sul rischio di demenza, suggerendo che alcune classi farmacologiche potrebbero offrire benefici superiori agli ACE-inibitori nella prevenzione dell’insorgenza di demenza, in particolare della malattia di Alzheimer.

    Condotto su oltre 1,6 milioni di nuovi utilizzatori di antipertensivi in quattro Paesi (Regno Unito, Svezia, Australia e Hong Kong), lo studio ha confrontato i rischi di demenza associati a diverse classi di farmaci antipertensivi rispetto agli ACE-inibitori, utilizzando un disegno attivo di confronto tra nuovi utilizzatori e un rigoroso processo di armonizzazione metodologica dei dati tra i database nazionali coinvolti.

    Dai risultati emerge un dato particolarmente interessante: l’uso di beta-bloccanti e diuretici tiazidici è risultato associato a un rischio significativamente più basso di demenza rispetto agli ACE-inibitori. Nei dati combinati (meta-analisi a effetti casuali), i beta-bloccanti hanno mostrato un hazard ratio (HR) di 0,92 (95% CI 0,87–0,97), mentre i tiazidici si sono attestati su un HR di 0,93 (95% CI 0,88–0,98).

    L’effetto protettivo si è mantenuto anche nelle analisi di sottogruppo per specifici tipi di demenza. In particolare, i tiazidici hanno dimostrato una significativa riduzione del rischio di Alzheimer (HR 0,90; 95% CI 0,84–0,97). Al contrario, i calcio-antagonisti, pur essendo tra le terapie più diffuse, non hanno mostrato una differenza significativa rispetto agli ACE-inibitori in termini di rischio di demenza.

    Lo studio ha adottato un approccio di confronto attivo tra nuovi utilizzatori (“active-comparator new-user design”) e ha escluso i pazienti con una diagnosi pregressa di demenza. L’esito primario era l’insorgenza di qualsiasi tipo di demenza, mentre quelli secondari includevano Alzheimer, demenza vascolare e demenza a corpi di Lewy. Le analisi sono state condotte separatamente nei singoli Paesi, con successiva meta-analisi per sintetizzare i risultati.

    Importante notare che i ricercatori hanno adottato molteplici strategie di sensibilità, incluso un “lag time” di 2 anni per limitare il rischio di causalità inversa, e la verifica dei risultati attraverso metodi di propensity score matching.

    I risultati di questo studio osservazionale suggeriscono che l’effetto neuroprotettivo dei farmaci antipertensivi potrebbe variare in funzione del meccanismo d’azione della classe farmacologica. In particolare, l’attività di modulazione adrenergica o natriuretica potrebbe avere un impatto più favorevole sul rischio cognitivo rispetto alla semplice inibizione dell’enzima di conversione dell’angiotensina.

    Tuttavia, gli autori sottolineano l’importanza di non trarre conclusioni definitive in assenza di studi randomizzati. Il rischio di confondenti residui, nonostante l’accuratezza metodologica, non può essere escluso. Lo studio non modifica quindi le raccomandazioni terapeutiche attuali, ma offre nuovi spunti per futuri trial clinici orientati a valutare l’effetto dei singoli antipertensivi sulla salute cognitiva.

    Bibliografia:

    1. Cheung ECL, Adesuyan M, Szilcz M, et al. Antihypertensive drug classes and risk of incident dementia: a multinational population-based cohort study. Age Ageing 2025;54:afaf121.

    Deprescribing di benzodiazepinici e sedativi ipnotici: quali sono gli interventi più efficaci?

    Benzodiazepine e sedativi ipnotici sono farmaci comunemente usati per trattare l’insonnia. Poiché però questi farmaci aumentano il rischio di cadute, deterioramento cognitivo e causano dipendenza, in particolare nelle persone anziane e nei pazienti più vulnerabili, le raccomandazioni cliniche ne incoraggiano la sospensione guidata da medici. L’uso cronico di questi farmaci resta però diffuso, soprattutto tra gli anziani. Le ragioni? Dipendenza fisica e psicologica, paura di ricadere nell’insonnia e una generale mancanza di consapevolezza su rischi e sulle alternative farmacologiche e non farmacologiche a queste terapie. Anche gli operatori sanitari, dal canto loro, riferiscono una conoscenza limitata delle alternative a benzodiazepine e sedativi ipnotici, una mancanza di chiarezza sui danni di questi trattamenti e prove insufficienti sulle strategie ottimali per sostenerne la diminuzione e/o interruzione. In risposta a questi problemi, una nuova revisione sistematica e metanalisi, pubblicata sul BMJ, ha analizzato l’efficacia comparativa delle strategie per facilitare il “deprescribing” di questa tipologia di far maci, offrendo una panoramica delle evidenze disponibili fino ad agosto 2024.

    Il termine deprescribing indica un processo clinico strutturato e supervisionato volto alla riduzione, sospensione o sostituzione di uno o più farmaci in uso da parte di un paziente, quando questi risultano non più necessari, potenzialmente inappropriati o dannosi. Si tratta di una pratica essenziale della medicina personalizzata, finalizzata a ottimizzare la terapia farmacologica, migliorare la qualità della vita e prevenire eventi avversi da farmaci, soprattutto nei pazienti anziani o che assumono più farmaci in contemporanea.

    Lo studio del BMJ ha incluso 49 trial randomizzati per un totale di oltre 39.000 pazienti. Le strategie analizzate spaziavano dalla riduzione graduale alla terapia cognitivo-comportamentale, passando per interventi educativi rivolti a pazienti e medici, revisione farmacologica, mindfulness, colloqui motivazionali e supporto da parte di farmacisti.

    I risultati mostrano che tre interventi, supportati da evidenze a bassa certezza, possono aumentare il numero di pazienti che riescono a sospendere la terapia:

    • l’educazione del paziente può aumentare la proporzione di soggetti che sospendono l’uso di benzodiazepine e sedativi di circa 14% (intervallo di confidenza al 95%: 6%-25%);
    • la revisione farmacologica potrebbe produrre un incremento di circa il 10% (IC 95%: 3%-19%);
    • un intervento educativo condotto dal farmacista potrebbe risultare ancora più efficace, con un aumento stimato del 49% circa (IC 95%: 23%-93%).

    Le evidenze di certezza moderata indicano che l’educazione del paziente probabilmente non ha alcun effetto rilevante sulla funzionalità fisica, sulla salute mentale o sui sintomi e segni dell’insonnia. Non sono disponibili dati per valutare questi esiti nel caso della revisione farmacologica e dell’intervento educativo del farmacista.

    Non sono state riscontrate evidenze convincenti sull’efficacia di altri interventi nel favorire la sospensione dei farmaci. Inoltre, non è emersa evidenza di certezza moderata o alta che suggerisca un aumento dei tassi di abbandono associato a uno qualsiasi degli interventi esaminati.

    Infine, le evidenze di bassa certezza suggeriscono che interventi multimodali (ossia composti da più componenti) potrebbero essere più efficaci rispetto a interventi basati su una sola strategia nel facilitare la dismissione dei benzodiazepenici e sedativi ipnotici.

    Questo lavoro rientra nell’ambito del progetto BMJ Rapid Recommendations, che mira a colmare le lacune nelle evidenze per la pratica clinica. Gli autori sottolineano quindi l’urgenza di studi di alta qualità per validare e ottimizzare le strategie più promettenti, e suggeriscono che interventi centrati sul paziente e supportati da team multidisciplinari, possano rappresentare una via concreta per ridurre l’utilizzo cronico dei benzodiazepinici e sedativi ipnotici nella popolazione generale.

    Fonte:

    1. Zeraatkar D, Nagraj SK, Ling M, et al. Comparative effectiveness of interventions to facilitate deprescription of benzodiazepines and other sedative hypnotics: systematic review and meta-analysis. BMJ 2025;389:e081336. doi:10.1136/bmj-2024-081336

    Categorie EBM

    Revisioni sistematiche: usarle con cautela

    Qualsiasi professionista sanitario svolga una ricerca bibliografica è abituato a considerare più credibile una revisione sistematica rispetto ad articoli o documenti di altro tipo. Eppure, gli autori di un articolo pubblicato sugli Annals of Internal Medicine (1) sostengono che, in un campione casuale di 100 revisioni sistematiche di interventi sanitari, l’interpretazione delle evidenze della letteratura non era esente da distorsioni. In questi casi, si parla di “spin”, termine della lingua inglese che intende la comunicazione, l’interpretazione e l’estrapolazione fuorviante dei risultati della ricerca primaria e secondaria (come le revisioni sistematiche).

    Nello specifico dello studio prima citato e ripreso da diversi media specialistici internazionali, (2) andando ad analizzare le 58 revisioni che avevano valutato i danni potenzialmente legati a un intervento sanitario oggetto di studio (pensiamo per esempio agli effetti avversi di una terapia) si è scoperto che era presente almeno uno dei 12 tipi di spin applicato ai danni causati dall’intervento. In particolare, la manipolazione più frequente delle prove riguardava l’estrapolazione inappropriata dei risultati e delle conclusioni riguardanti la sicurezza di un intervento a popolazioni, interventi, esiti o contesti non valutati negli studi presi in esame.

    La ricerca pubblicata sugli Annals è interessante perché gli autori hanno voluto sviluppare un quadro di riferimento per identificare le alterazioni delle evidenze sulla sicurezza degli interventi sanitari, e proporre ai lettori di revisioni sistematiche l’applicazione di questo framework per una più attenta valutazione dell’affidabilità dei contenuti.

    Gli autori hanno sviluppato il loro framework attraverso un processo iterativo che ha coinvolto un gruppo internazionale di ricercatori specializzati in reporting bias, vale a dire le distorsioni che avvengono nel corso della rendicontazione e pubblicazione di uno studio, a valle del suo svolgimento. In definitiva, l’articolo offre una guida per i lettori delle riviste scientifiche, i revisori che svolgono la peer review e ancor prima per i direttori delle riviste nel riconoscere e correggere o (preferibilmente) evitare lo spin, migliorando in ultima analisi la chiarezza e l’accuratezza della segnalazione dei danni nelle pubblicazioni di revisioni sistematiche.

    Categorie EBM

    Biomarcatori plasmatici e prognosi nelle demenze a esordio precoce. Nuove prospettive di stratificazione del rischio

    La gestione clinica delle demenze a esordio precoce (Early-Onset Dementia, EOD), che includono la malattia di Alzheimer a esordio precoce (EOAD) e la demenza frontotemporale (FTD), rappresenta una sfida complessa a causa della variabilità fenotipica e della necessità di strumenti prognostici accurati. Uno studio di coorte multicentrico recentemente pubblicato su JAMA Network Open ha analizzato il ruolo predittivo dei biomarcatori plasmatici nel monitoraggio della progressione clinica di queste patologie, offrendo dati cruciali per la medicina di precisione.

    Lo studio ha indagato le traiettorie dei biomarcatori ematici e le loro associazioni con gli esiti clinici in una coorte di 322 pazienti. L’attenzione dei ricercatori si è focalizzata su tre analiti chiave: la tau fosforilata 217 (p-tau217), la proteina acida fibrillare gliale (GFAP) e la catena leggera del neurofilamento (NfL). Gli esiti clinici sono stati valutati longitudinalmente attraverso scale standardizzate come il Mini-Mental State Examination (MMSE) e la Clinical Dementia Rating-Sum of Boxes (CDR-SB), adattata anche per la degenerazione lobare frontotemporale.

    I dati hanno rivelato che, nei pazienti con EOAD, livelli basali elevati di p-tau217, GFAP e NfL sono indicatori significativi di un declino cognitivo accelerato.

    In particolare:

    1. Declino Cognitivo: alti livelli di tutti e tre i biomarcatori correlano con una riduzione più rapida del punteggio MMSE.
    2. Progressione Funzionale: la p-tau217 e la GFAP hanno mostrato la più forte associazione con il peggioramento dei punteggi CDR-SB.
    3. Dinamiche Longitudinali: durante il follow-up, i livelli di questi biomarcatori tendono ad aumentare costantemente, riflettendo l’avanzamento della patologia amiloidea, dell’astrogliosi e del danno assonale.

    Il profilo biochimico della FTD si è dimostrato distintamente diverso da quello dell’EOAD. Mentre la p-tau217 non ha mostrato associazioni rilevanti con la progressione della FTD (confermando la sua specificità per la patologia Alzheimer), la GFAP e la NfL sono emerse come indicatori sensibili del declino cognitivo misurato tramite MMSE. Tuttavia, nessun biomarcatore plasmatico ha mostrato una correlazione significativa con le variazioni della scala CDR-SB specifica per la demenza frontotemporale, suggerendo la necessità di ulteriori indicatori per monitorare la disabilità funzionale in questo gruppo.

    Queste scoperte sottolineano il potenziale dei test basati sul sangue non solo per la diagnosi differenziale, ma soprattutto per la stratificazione del rischio prognostico. La capacità di prevedere la velocità del declino cognitivo attraverso un semplice prelievo ematico permette ai clinici di:

    • identificare i pazienti a rischio di progressione rapida.
    • ottimizzare la pianificazione delle cure e il supporto assistenziale.
    • selezionare i candidati ideali per trial clinici mirati a terapie modificanti la malattia (Disease-Modifying Therapies).

    In sintesi, il monitoraggio della p-tau217, della GFAP e della NfL fornisce una finestra molecolare sulle traiettorie cliniche delle demenze giovanili. Sebbene l’EOAD presenti un’associazione più coerente tra biomarcatori e declino clinico, l’impiego combinato di questi analiti rappresenta un passo avanti fondamentale verso la de-ospedalizzazione della diagnostica avanzata e l’implementazione di protocolli di monitoraggio non invasivi e ad alta sensibilità.

    Fonte:

    Hyemin J, Sun Min L, et al. Plasma Biomarkers and Clinical Outcomes in Early-Onset Dementia. Jama Network Open, April 29, 2026

    Metaboliti del microbiota intestinale e rischio coronarico: nuove evidenze da uno studio prospettico multi-etnico

    L’interazione tra il microbiota intestinale e l’ospite umano è oggi riconosciuta come un fattore determinante nella patogenesi delle malattie cronico-degenerative. Recentemente, uno studio di vasta scala pubblicato su PLOS Medicine ha gettato nuova luce sulla correlazione tra i metaboliti microbici circolanti e l’incidenza della cardiopatia ischemica (CHD), fornendo potenziali nuovi biomarcatori per la stratificazione del rischio cardiovascolare.

    La ricerca si distingue per un robusto approccio multi-stadio, che ha coinvolto cinque coorti prospettiche indipendenti per un totale di diverse migliaia di partecipanti di origine caucasica, afroamericana e asiatica. Il disegno sperimentale ha previsto tre fasi principali:

    1. fase di discovery: analisi metabolomica non mirata per identificare i metaboliti associati a nuovi eventi coronarici
    2. validazione in-silico: verifica delle associazioni in dataset indipendenti (ARIC e MESA)
    3. validazione mirata: quantificazione precisa dei metaboliti più promettenti tramite test biochimici specifici

    Dallo screening iniziale di oltre 70 molecole, i ricercatori hanno identificato 9 metaboliti circolanti strettamente legati al rischio di sviluppare malattie coronariche, indipendentemente dai fattori di rischio tradizionali come l’indice di massa corporea (BMI), il fumo o la dieta.

    Tra i metaboliti con la correlazione positiva più significativa figurano:

    • Imidazolo propionato: derivato dal metabolismo dell’istidina, già noto per il suo legame con l’insulino-resistenza.
    • TMAO (trimetilammina n-ossido): confermato come potente indicatore di rischio, legato al consumo di nutrienti di origine animale.
    • 3-idrossibutirrato: un corpo chetonico che, in contesti non legati a regimi dietetici controllati, sembra segnalare una disfunzione metabolica sottostante.
    • 3-idrossi-2-etilpropionato: un marker di alterazione nel catabolismo degli aminoacidi a catena ramificata (BCAA).

    Al contrario, l’indolepropionato (derivato dal triptofano) ha mostrato un’associazione inversa, suggerendo un potenziale ruolo protettivo mediato dalla salute della barriera intestinale e dalle proprietà antiossidanti.

    Il dato clinico più rilevante risiede nella coerenza di queste associazioni tra diverse etnie e stili di vita. Questo suggerisce che il profilo metabolico del microbiota non sia solo un riflesso della dieta, ma un mediatore attivo dei processi aterosclerotici. Per il personale sanitario, questi risultati aprono la strada a:

    • nuovi biomarcatori: l’integrazione di test metabolomici potrebbe affinare i modelli di rischio attuali (come il Framingham Risk Score).
    • target terapeutici: la modulazione della composizione microbica tramite probiotici mirati, prebiotici o interventi dietetici specifici potrebbe ridurre la produzione di metaboliti nocivi.
    • medicina di precisione: la possibilità di intervenire precocemente sui pazienti che mostrano “firme” metaboliche ad alto rischio, anche in assenza di obesità conclamata.

    In conclusione, lo studio conferma che la salute del cuore passa inevitabilmente per l’intestino. La comprensione del dialogo chimico tra microbi e circolo ematico rappresenta una delle frontiere più promettenti della cardiologia preventiva moderna.

    Fonte:

    Zheng Y, Gupta D, et al. Circulating gut microbial metabolites and risk of coronary heart disease: A prospective multi-stage metabolomics study. PLOS Medicine, March 17, 2026.