Screening del carcinoma colorettale: nuovo test ematico si rivela utile nella diagnosi tumorale, ma inadeguato nella identificazione di forme precoci

Nonostante i progressi nella prevenzione e nel trattamento, il carcinoma colorettale (CRC) rappresenta ancora la seconda causa di morte per neoplasia sia in Europa che negli Stati Uniti. L’incidenza e la mortalità si sono progressivamente ridotte grazie all’estensione dei programmi di screening, che consentono l’identificazione precoce del tumore e l’asportazione delle lesioni precursori, in particolare i polipi adenomatosi avanzati. Tuttavia, l’adesione ai programmi di screening, tra cui la colonscopia e i test fecali non invasivi, rimane subottimale: negli Stati Uniti nel 2021 solo il 59% degli adulti eleggibili risultava in regola con le raccomandazioni, ben al di sotto dell’obiettivo nazionale dell’80%. Le disparità sono marcate tra diversi gruppi demografici, con tassi di adesione inferiori al 20% in alcune sottopopolazioni, spesso per motivi legati all’invasività della colonscopia, alla necessità di supporto logistico, ai costi indiretti associati alla procedura o alla scarsa accettabilità dei test fecali.

In questo contesto, si inserisce l’interesse per approcci di screening alternativi, più accessibili e accettabili, come i test ematici. Lo studio PREEMPT CRC, pubblicato su JAMA, ha valutato un test sperimentale basato sul DNA tumorale circolante (ctDNA), che utilizza il sequenziamento di nuova generazione per identificare specifici pattern di metilazione di dinucleotidi CpG associati a neoplasie colorettali avanzate.

L’obiettivo principale dello studio, che ha coinvolto oltre 27.000 partecipanti sottoposti a colonscopia come gold standard diagnostico, era validare l’accuratezza diagnostica di questo test per la rilevazione precoce del CRC in una popolazione asintomatica a rischio medio, di età compresa tra i 45 e gli 85 anni.

Il test ematico ha mostrato una sensibilità del 79,2% (95% CI: 68,4–86,9%) per il carcinoma colorettale, con una specificità del 91,5% (95% CI: 91,2–91,9%) per le neoplasie colorettali avanzate. La sensibilità aumentava con lo stadio tumorale, risultando del 57,1% per i tumori in stadio I e del 100% per quelli in stadio II e IV.

Per quanto riguarda le lesioni precancerose avanzate (adenomi ≥1 cm, adenomi con displasia di alto grado, lesioni sessili serrate), la sensibilità complessiva è risultata pari al 12,5% (95% CI: 11,3–13,8%), non raggiungendo il criterio di accettabilità predefinito. La sensibilità per le lesioni con displasia di alto grado o carcinoma in situ si attestava al 29,1%.

L’accuratezza del test è stata valutata in una popolazione ampia e diversificata (età 45–85 anni), reclutata in 201 centri tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, con rappresentanza demografica in linea con quella statunitense. Il protocollo prevedeva colonscopia entro 120 giorni dal prelievo ematico, con revisione centralizzata dei referti istologici.

Gli autori sottolineano che, sebbene la sensibilità per il cancro sia in linea con quella di test immunochimici fecali (FIT), la bassa sensibilità per le lesioni precancerose avanzate rappresenta una criticità, potenzialmente legata a una limitata liberazione di DNA da tali lesioni. Ulteriori studi saranno necessari per definire l’impatto clinico e i modelli ottimali di utilizzo di questo approccio, anche in termini di frequenza, costo-efficacia e adesione sul lungo periodo.

Fonte:

Shaukat A, Burke CA, Chan AT, et al; PREEMPT CRC Investigators. Clinical Validation of a Circulating Tumor DNA-Based Blood Test to Screen for Colorectal Cancer. JAMA. 2025 Jun 2: e257515.

La sfida dell’intelligenza artificiale nella ricerca accademica: opportunità, preoccupazioni e prospettive future

Un’indagine condotta dalla Oxford University Press (OUP)  ha esplorato l’impatto dell’intelligenza artificiale (IA) sulla comunità accademica, evidenziando come i ricercatori stiano affrontando questa rivoluzione tecnologica. La survey, che ha raccolto 2.345 risposte tra marzo e aprile 2024, ha analizzato atteggiamenti, comportamenti e aspettative verso gli strumenti di IA, con l’obiettivo di comprendere meglio le opportunità e le sfide che questa tecnologia comporta lungo l’intero percorso di ricerca.

Il 76% dei ricercatori intervistati dichiara di utilizzare strumenti di IA nella propria attività, principalmente per traduzioni automatiche (49%), chatbot (43%) e strumenti di ricerca basati sull’IA (25%). Tuttavia, solo il 27% si ritiene ben informato sulle potenzialità e i limiti di tali tecnologie, e il 69% insiste sulla necessità di valutare attentamente le implicazioni dell’uso dell’IA prima di integrarla nel proprio lavoro. In generale, il 67% riconosce alcuni benefici derivanti dall’IA, soprattutto in termini di efficienza, mentre il 37% apprezza il potenziale risparmio di tempo. Nonostante ciò, solo il 19% crede che l’IA possa migliorare la qualità complessiva della ricerca.

Un dato significativo riguarda la scarsa fiducia verso le aziende che sviluppano strumenti di IA: solo l’8% degli intervistati è convinto che queste rispettino le normative sulla protezione dei dati, e appena il 6% ritiene che tengano realmente conto della privacy e della sicurezza. Il 50% dei ricercatori manifesta preoccupazioni per l’impatto che l’IA potrebbe avere sul futuro della ricerca accademica, tra cui la compromissione della proprietà intellettuale e il mancato riconoscimento degli autori originali. Inoltre, tre ricercatori su cinque ritengono che l’IA possa influire negativamente sulle competenze accademiche, con un quarto (25%) che teme una riduzione della necessità di esercitare un pensiero critico.

L’indagine ha rivelato differenze significative tra i ricercatori a inizio carriera e quelli più esperti. I primi mostrano atteggiamenti più polarizzati: il 25% è scettico o critico sull’uso dell’IA, rispetto al 19% dei colleghi più avanti nella carriera. Le preoccupazioni sembrano quindi accentuarsi tra chi si trova nelle fasi iniziali, suggerendo un bisogno maggiore di formazione e supporto per questa fascia di professionisti.

Un altro aspetto centrale dell’indagine è il ruolo delle istituzioni accademiche, delle società scientifiche e degli editori nel guidare l’integrazione dell’IA nella ricerca. Il 54% dei ricercatori si affiderebbe alla propria società scientifica per indicazioni sull’uso dell’IA, il 43% si rivolgerebbe alla propria istituzione e il 27% agli editori. Tuttavia, quasi la metà dei partecipanti (46%) ha segnalato che la propria organizzazione non dispone di una politica sull’IA o che tale politica non è nota.

La OUP sottolinea l’importanza di definire un approccio responsabile e sostenibile all’utilizzo dell’IA, collaborando con i fornitori della tecnologia per stabilire principi chiari di utilizzo e la necessità di un quadro normativo per garantire che l’IA sostenga la ricerca senza comprometterne l’integrità.

Questa survey, attraverso un’analisi approfondita e rappresentativa di diverse discipline, aree geografiche e fasi di carriera, non solo fotografa l’attuale rapporto tra IA e ricerca, ma intende anche alimentare un dialogo costruttivo su come sfruttare le opportunità offerte dall’IA minimizzandone i rischi. Per costruire un futuro che rispetti i valori fondamentali della comunità accademica, è essenziale che tutte le parti interessate collaborino per sviluppare strumenti etici, trasparenti e realmente utili per il progresso della conoscenza scientifica.

Esercizio fisico dopo la chemioterapia adiuvante nel carcinoma del colon: i risultati dello studio CHALLENGE

Un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine riaccende il dibattito sul potenziale ruolo dell’attività fisica in oncologia: numerosi studi osservazionali hanno infatti suggerito un’associazione tra maggiore attività fisica e miglior esito clinico nei pazienti oncologici. Tuttavia, mancava fino ad ora una prova di livello 1 ottenuta attraverso uno studio randomizzato di ampia scala.

Il trial CHALLENGE (Colon Health and Lifelong Exercise Change) è uno studio randomizzato di fase 3 durato 15 anni e condotto su 889 pazienti con adenocarcinoma del colon in stadio III o II ad alto rischio trattati con resezione completa e chemioterapia adiuvante. Lo studio ha valutato l’efficacia di un programma di esercizio strutturato di 3 anni, avviato entro 6 mesi dalla chemioterapia adiuvante, sulla sopravvivenza libera da malattia e sulla sopravvivenza globale.

I partecipanti sono stati randomizzati in due gruppi: uno ha ricevuto semplici materiali di educazione sanitaria (controllo), mentre l’altro ha seguito un programma intensivo e strutturato di esercizio fisico della durata di tre anni (intervento).

Quest’ultimo prevedeva sessioni obbligatorie di supporto comportamentale (sia in presenza sia da remoto), sessioni di attività fisica supervisionata e una guida personalizzata basata sulla Theory of Planned Behavior. L’obiettivo era aumentare il livello di esercizio aerobico ricreativo rispetto alla condizione iniziale di almeno 10 metabolic equivalent task (MET)-ore a settimana nei primi 6 mesi, e poi mantenere o aumentare ulteriormente questo livello per i successivi 2 anni e mezzo.

A un follow-up mediano di quasi 8 anni, i risultati sono apparsi sorprendenti. Nel gruppo che ha seguito il programma di esercizio, la sopravvivenza libera da malattia è risultata significativamente migliore rispetto al gruppo di controllo: 80,3% a 5 anni contro il 73,9%, con un hazard ratio (HR) di 0,72 (95% CI, 0,55–0,94; p=0,02). Anche la sopravvivenza globale ha mostrato un miglioramento nel gruppo esercizio, con una sopravvivenza all’ottavo anno del 90,3% rispetto all’83,2% del gruppo controllo. Inoltre, si sono osservati meno casi di recidiva e di nuovi tumori primari nel gruppo intervento.

Parallelamente agli endpoint clinici, lo studio ha documentato miglioramenti funzionali nel gruppo intervento: aumenti moderati ma costanti nella capacità cardiorespiratoria (VO₂ max stimato), nella distanza percorsa nel test dei 6 minuti e nella qualità di vita percepita (scala SF-36). Gli eventi avversi gravi, seppur più frequenti nel gruppo esercizio, sono rimasti contenuti (muscoloscheletrici: 18,5% vs 11,5%).

Tuttavia, come riconosciuto dagli stessi autori, lo studio presenta alcuni limiti rilevanti che meritano attenzione. In primo luogo, l’arruolamento è stato molto più lento del previsto e si è protratto per oltre 15 anni, un dato che riflette la complessità e l’intensità del programma proposto, ma che solleva interrogativi sulla sua reale applicabilità su larga scala

Inoltre, il numero di eventi osservati (224) è stato nettamente inferiore a quello previsto nel disegno originale (380), riducendo la potenza statistica dello studio e limitando la robustezza delle conclusioni.

Gli autori riconoscono anche una possibile selezione favorevole della popolazione arruolata: i pazienti erano tendenzialmente in buona forma fisica e privi di recidiva precoce, poiché lo studio prevedeva l’arruolamento tra il secondo e il sesto mese dalla fine della chemioterapia. Questa caratteristica potrebbe aver contribuito a innalzare i tassi di sopravvivenza rispetto alla media generale.

Un’altra questione riguarda la valutazione dell’attività fisica, basata principalmente su questionari autocompilati — soggetti a potenziali distorsioni — anche se supportati da dati oggettivi come il VO₂ max stimato e il test dei 6 minuti.

Infine, va sottolineato che i pazienti nel gruppo esercizio hanno ricevuto un numero significativamente maggiore di interazioni con il personale rispetto al gruppo controllo. Gli autori ammettono che non è possibile escludere completamente un effetto positivo dovuto alla maggiore socializzazione e supporto ricevuto, anche se ricordano che studi precedenti con simili livelli di interazione — ad esempio nel contesto di interventi nutrizionali o psicosociali — non avevano mai mostrato un impatto comparabile sulla sopravvivenza.

In conclusione, lo studio CHALLENGE offre dati stimolanti e apre nuove possibilità sull’uso dell’attività fisica come vera e propria componente terapeutica nel follow-up oncologico. La sua inclusione nei protocolli oncologici di routine sarà però necessariamente guidata da ulteriori evidenze, studi replicativi e analisi costi-benefici. E, come sottolineano gli autori, serviranno sistemi sanitari pronti a investire in programmi di supporto comportamentale e infrastrutture per l’attività fisica supervisionata.

Fonte:

Courneya KS, Vardy JL, O’Callaghan CJ, et al. Structured Exercise after Adjuvant Chemotherapy for Colon Cancer. N Engl J Med 2025 Jun 1. doi: 10.1056/NEJMoa2502760.

Tumori Pediatrici. Quarant’anni di progressi nella cura

Negli ultimi quarant’anni, la medicina oncologica pediatrica ha compiuto notevoli passi in avanti: la sopravvivenza a cinque anni è passata da poco più del 60% degli anni ’70 a quasi il 90% di oggi.

Secondo un articolo pubblicato sul magazine della Fondazione Umberto Veronesi questo straordinario traguardo è il risultato di due fattori principali:

  • l’adozione di protocolli specifici per l’età pediatrica
  • l’introduzione di farmaci a bersaglio molecolare e delle innovative cellule CAR-T.

Oggi molte neoplasie infantili presentano tassi di guarigione altissimi: carcinoma della tiroide (oltre il 99%), linfoma di Hodgkin (98%), retinoblastoma: (97%), gliomi cerebrali di basso grado (oltre il 94%), tumore di Wilms (92–93%), leucemia linfoblastica acuta (oltre il 91%).

Il cambio di paradigma risiede nella stratificazione del rischio. Non si utilizza più solo una chemioterapia generica, ma si modula l’intensità delle cure in base alle caratteristiche biologiche del tumore. L’obiettivo attuale è colpire i precisi meccanismi molecolari che alimentano la malattia. Le CAR-T sono il simbolo del progresso tecnologico in oncologia: si tratta di linfociti del paziente che vengono “istruiti” geneticamente per individuare e annientare con precisione le cellule maligne.

Il tisagenlecleucel, la prima terapia di questo tipo autorizzata in ambito pediatrico, ha segnato una svolta per i bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta recidivante. In casi clinici dove le cure tradizionali non offrivano più speranze, questa innovazione ha garantito remissioni durature. Infatti, il 60% dei pazienti è in vita a tre anni dal trattamento.

In sintesi: non è più solo un farmaco che attacca il tumore, ma è il sistema immunitario stesso che viene potenziato per diventare l’arma vincente.

Nonostante i successi, restano ancora tipologie di tumore difficili da trattare e una profonda disparità globale nell’accesso a queste cure avanzate.

Fonte: Fondazione Veronesi Magazine

FaceAge: un sistema di deep learning per stimare l’età biologica dai volti e migliorare la prognosi oncologica

Uno studio multicentrico coordinato dall’Artificial Intelligence in Medicine Program (Mass General Brigham, Harvard Medical School, Boston, MA, USA) ha sviluppato e validato FaceAge, un sistema di intelligenza artificiale in grado di stimare l’età biologica di un individuo a partire da fotografie del volto. La tecnologia si fonda sull’ipotesi che le caratteristiche facciali visibili siano un indicatore informativo dello stato fisiologico di un individuo potenzialmente più accurato dell’età anagrafica nel predire l’outcome clinico, in particolare in ambito oncologico. Lo studio, pubblicato su The Lancet Digital Health, ha valutato quindi la capacità di FaceAge di supportare il processo decisionale clinico, in particolare in oncologia, dove la stima della sopravvivenza è cruciale per la definizione dell’intensità terapeutica, l’accesso a trattamenti palliativi e la pianificazione del fine vita.

Il modello FaceAge è stato addestrato su oltre 56.000 immagini di individui sani provenienti dal database IMDb–Wiki, convalidato tecnicamente sul dataset UTKFace e testato clinicamente su 6.196 pazienti oncologici provenienti da tre coorti (MAASTRO, Harvard Thoracic e Harvard Palliative), confrontati con 535 pazienti non oncologici.

L’analisi ha mostrato che nei pazienti oncologici, il volto appariva in media più vecchio di circa 5 anni rispetto all’età cronologica (differenza media di 4,79 anni, p<0,0001). Questa discrepanza era statisticamente significativa anche rispetto a coorti non oncologiche, incluse quelle trattate per condizioni benigne. Il dato è stato consistente attraverso tipi e stadi di neoplasie differenti.

Nel dettaglio, FaceAge si è dimostrato un predittore indipendente di sopravvivenza globale:

  • Nella coorte MAASTRO (n=4906), ogni decade in più di FaceAge era associata a un aumento del rischio di morte (HR=1,151; p=0,013).
  • Nella coorte Harvard Thoracic (n=573), il sistema ha mantenuto valore prognostico dopo aggiustamento per stadio, performance status ECOG, istologia e altri fattori (HR=1,15; p=0,011), mentre l’età anagrafica non era significativa.
  • Nella coorte Harvard Palliative (n=717), FaceAge ha migliorato la performance del modello TEACHH nella previsione della sopravvivenza a 6 mesi, aumentando l’AUC da 0,74 a 0,80 (p<0,0001).

Una sperimentazione condotta su 100 casi clinici ha messo a confronto FaceAge con le capacità predittive di 10 medici e ricercatori. L’aggiunta del modello FaceAge alle informazioni cliniche ha migliorato la performance predittiva complessiva dei clinici (AUC media 0,80), con una riduzione della variabilità interindividuale tra valutatori.

A livello molecolare, l’analisi genomica ha evidenziato un’associazione significativa tra FaceAge e l’espressione del gene CDK6, implicato nei processi di senescenza cellulare, suggerendo una potenziale correlazione tra l’aspetto facciale predetto e l’invecchiamento biologico. Nessuna correlazione simile è stata osservata per l’età anagrafica.

Gli autori sottolineano il valore aggiunto di FaceAge rispetto alle valutazioni soggettive dello stato di salute usate nella pratica clinica, evidenziando come un biomarcatore quantitativo e standardizzabile possa supportare decisioni terapeutiche in contesti dove l’equilibrio rischio-beneficio è critico.

FaceAge si è dimostrato utile anche nei casi a prognosi incerta, come nei pazienti con malattia avanzata, in cui la decisione se procedere o meno a un trattamento intensivo dipende dalla capacità di stimare correttamente la sopravvivenza residua. La maggiore precisione predittiva offerta da FaceAge può migliorare la selezione dei pazienti candidabili a terapie attive o la tempestiva attivazione di cure palliative.

Tuttavia, si richiede ulteriore validazione in coorti più ampie e diversificate, nonché attenzione agli aspetti etici e alle potenziali distorsioni legate ai dataset di addestramento.

Lo studio è stato finanziato dal National Institutes of Health (USA) e dal Consiglio Europeo della Ricerca.

Fonte:

Bontempi D, Zalay O, Bitterman DS, et al. FaceAge, a deep learning system to estimate biological age from face photographs to improve prognostication: a model development and validation study. The Lancet Digital Health, May 08, 2025. Online First.

Sovratrattamento del carcinoma prostatico in uomini con aspettativa di vita limitata: dati e riflessioni nell’era della sorveglianza attiva

Un “invited commentary” pubblicato su JAMA Internal Medicine sottolinea alcune importanti tematiche emerse dallo studio di Daskivich et al., che ha analizzato un’ampia coorte di uomini del Veterans Affairs Health System sulla preoccupante tendenza al sovratrattamento del carcinoma prostatico in uomini con aspettativa di vita limitata. I dati, raccolti tra il 2000 e il 2019 su 243.928 individui, mettono in luce come, nonostante le linee guida scoraggino trattamenti aggressivi in pazienti con aspettativa di vita inferiore a 10 anni, il sovratrattamento persista, in particolare nei casi di malattia a rischio intermedio e alto.
La ricerca si è focalizzata sull’evoluzione delle pratiche terapeutiche nell’era della sorveglianza attiva, stimando l’aspettativa di vita con il Prostate Cancer Comorbidity Index (PCCI). Gli uomini con aspettativa di vita inferiore a 10 anni e malattia a rischio da basso a intermedio, e quelli con aspettativa di vita inferiore a 5 anni e malattia ad alto rischio, sono stati considerati a rischio di sovratrattamento, se sottoposti a interventi chirurgici o radioterapici.

Nell’arco di tempo considerato dallo studio, la proporzione di pazienti trattati con chirurgia e radioterapia è diminuita per la malattia a basso rischio (dal 37,4% al 14,7%; -22,7%), ma è aumentata per la malattia a rischio intermedio (dal 37,6% al 59,8%; +22,1%).

Per i pazienti con aspettativa di vita inferiore a 5 anni e tumore ad alto rischio, il tasso di trattamenti aggressivi è salito significativamente (dal 17,3% al 46,5%; +29,3%). La radioterapia è risultata il trattamento predominante (questo perché la maggior parte degli uomini con un’aspettativa di vita limitata presentava multimorbilità ed era poco candidabile alla chirurgia).

Gli autori del commento sottolineano che il carcinoma prostatico localizzato raramente causa sintomi e che l’eccessiva enfasi posta sullo screening PSA (antigene prostatico specifico) nei pazienti con aspettativa di vita limitata distrae dall’attenzione verso comorbilità più significative. L’overscreening inoltre comporta rischi tangibili, tra cui disfunzioni intestinali, vescicali e sessuali legate alla radioterapia, che rimane, come abbiamo detto, la modalità più utilizzata in questi pazienti.

Per arginare il fenomeno del sovratrattamento del carcinoma prostatico in uomini con aspettativa di vita limitata, è essenziale adottare un approccio integrato e multidimensionale, sostengono gli autori. La stima accurata dell’aspettativa di vita deve diventare parte integrante dei flussi di lavoro clinici, attraverso l’utilizzo di strumenti validati come ePrognosis, che possono supportare i medici nella personalizzazione delle decisioni terapeutiche. Parallelamente, è cruciale migliorare la comunicazione con i pazienti: “Le parole utilizzate per discutere l’aspettativa di vita in relazione all’interruzione dello screening e all’evitamento di trattamenti aggressivi sono fondamentali. I pazienti presentano preferenze diverse riguardo alla condivisione di informazioni sull’aspettativa di vita, e alcuni potrebbero non voler affrontare questo argomento”. La discussione andrebbe quindi centrata sulle priorità di salute generale, evidenziando come uno screening o un trattamento aggressivo possano distogliere l’attenzione da problemi più impattanti.

Un cambiamento sistemico è necessario per sostenere i medici, che devono essere adeguatamente supportati nel condurre discussioni complesse e potenzialmente sensibili, tenendo conto del tempo e della delicatezza richiesti per affrontare temi di questo tipo. È altrettanto importante avviare un’educazione pubblica che riduca il timore radicato verso il cancro, promuovendo una comprensione razionale dei rischi legati alla sovradiagnosi e al sovratrattamento, che spesso risultano sottovalutati dai pazienti. Questo approccio combinato, che integra strumenti prognostici, comunicazione efficace e interventi strutturali, è fondamentale per affrontare le criticità della gestione del carcinoma prostatico e per concentrare le cure mediche su ciò che realmente migliora la qualità di vita dei pazienti.

Fonti:

 

Appello ai centri scientifici per l’implementazione dell’Intelligenza Artificiale: l’importanza di valutare l’efficacia clinica

L’intelligenza artificiale (IA) ha il potenziale di rivoluzionare l’assistenza sanitaria migliorando diagnosi, trattamenti e sicurezza dei pazienti. Tuttavia, esiste un divario significativo tra l’abbondanza di ricerche sull’IA e la scarsità di evidenze sul suo impatto nel mondo reale in termini di benefici per i pazienti.

Un recente studio (1) pubblicato su NEJM AI evidenzia proprio la necessità urgente di una rete di organizzazioni sanitarie e centri scientifici che possano condurre valutazioni accurate sull’efficacia clinica delle nuove tecnologie di IA in contesti reali, al di là della loro validazione teorica.

Gli autori dell’articolo sottolineano l’importanza di calare la validazione dei modelli di IA nei contesti locali e di condurre valutazioni in situazioni reali. Questo approccio è fondamentale per dimostrare miglioramenti effettivi negli esiti dei pazienti, superando le semplici simulazioni al computer. Le organizzazioni sanitarie dovranno svolgere un ruolo cruciale in questa validazione, con particolare attenzione a rappresentare sistemi sanitari pubblici che servono popolazioni diverse, per mitigare le disuguaglianze sanitarie. Questo richiede una profonda comprensione del contesto sanitario locale, una rigorosa ed etica validazione, l’integrazione nei flussi di lavoro e il monitoraggio continuo post-implementazione.

Nell’articolo vengono citati esempi come quello dell’UC San Diego Health, dove un algoritmo di IA per la rilevazione della sepsi ha aumentato del 17% la probabilità di sopravvivenza dei pazienti al pronto soccorso. Tuttavia, l’implementazione dello stesso algoritmo in un altro sistema sanitario potrebbe non avere lo stesso esito senza un adattamento locale e un monitoraggio continuo.

I sistemi sanitari possiedono ampi repository di dati locali dei pazienti, che sono risorse preziose per l’addestramento e la validazione dei modelli di IA. Questi sistemi possono contribuire allo sviluppo etico dell’IA, partecipando attivamente al processo di validazione, identificando potenziali bias e garantendo che gli esiti associati all’uso dei modelli di IA siano equi, appropriati, validi, efficaci e sicuri.

Fonti: