TARA > Articoli di: tara

Analisi del carico oncologico mondiale e proiezioni al 2050: cosa ci dicono i dati GLOBOCAN 2022

Gli sconvolgimenti causati dalla pandemia COVID-19, i conflitti geopolitici e la crisi del costo della vita hanno alterato significativamente l’assistenza oncologica globale, complicando la prevenzione e il trattamento del cancro. Il calo dell’Indice di Sviluppo Umano (ISU) globale, osservato tra il 2020 e il 2022, riflette l’impatto di queste crisi e suggerisce possibili diseguaglianze negli outcome oncologici, spesso evidenti nell’aumento del rapporto mortalità-incidenza (MIR), utilizzato come misura della sopravvivenza e dell’equità degli esiti oncologici.

Un recente studio pubblicato su JAMA Network Open ha utilizzato i dati del Global Cancer Observatory (GLOBOCAN) 2022 per analizzare la distribuzione e le proiezioni demografiche fino al 2050 di 36 tipi di cancro per età, sesso e regione geografica. Gli indicatori principali includevano l’incidenza, la mortalità, la prevalenza e il MIR, calcolati secondo gli standard globali. Le proiezioni sono state effettuate assumendo tassi di incidenza e mortalità costanti.

I dati ci dicono che nel 2022 si sono registrati circa 20 milioni di nuovi casi di cancro, e si stima che entro il 2050 tale numero raggiungerà i 35,3 milioni (+76,6%). I decessi annuali per cancro dovrebbero passare da 9,7 a 18,5 milioni (+89,7%). La prevalenza di 178,9 casi per 100.000 persone nel 2022 evidenzia un carico crescente di pazienti oncologici a livello globale, con il cancro al polmone che si conferma il principale tipo di cancro in termini di incidenza e mortalità. Le stime evidenziano anche disparità significative nel carico oncologico tra i Paesi: entro il 2050, nei Paesi a basso ISU si prevede un incremento del 142,1% dei nuovi casi di cancro e del 146,1% dei decessi rispetto a un incremento del 41,7% e del 56,8% nei Paesi ad alto ISU.

Lo studio evidenzia come le disparità legate al cancro siano determinate da molteplici fattori socioeconomici, tra cui il livello di ISU, le disuguaglianze di genere e l’accesso ai servizi sanitari. È stato osservato che i maschi presentano un tasso di incidenza e mortalità superiore rispetto alle femmine, verosimilmente dovuto a un’interazione complessa di fattori di rischio modificabili (es. fumo, alcol) e a una partecipazione minore ai programmi di prevenzione e screening. Le proiezioni segnalano un aggravamento di queste disuguaglianze fino al 2050.

È pertanto necessaria una strategia sanitaria globale rafforzata per garantire un accesso equo ai trattamenti e migliorare i tassi di sopravvivenza nei Paesi a basso e medio reddito. L’implementazione della copertura sanitaria universale e l’espansione dei programmi di screening possono rappresentare misure efficaci per attenuare il crescente divario nel carico oncologico globale.

  • 1. Bizuayehu HM, Ahmed KY, Kibret GD, Dadi AF, Belachew SA, Bagade T, Tegegne TK, Venchiarutti RL, Kibret KT, Hailegebireal AH, Assefa Y, Khan MN, Abajobir A, Alene KA, Mengesha Z, Erku D, Enquobahrie DA, Minas TZ, Misgan E, Ross AG. Global Disparities of Cancer and Its Projected Burden in 2050. JAMA Netw Open. 2024 Nov 4;7(11):e2443198. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2024.43198.

Screening del carcinoma colorettale: nuovo test ematico si rivela utile nella diagnosi tumorale, ma inadeguato nella identificazione di forme precoci

Nonostante i progressi nella prevenzione e nel trattamento, il carcinoma colorettale (CRC) rappresenta ancora la seconda causa di morte per neoplasia sia in Europa che negli Stati Uniti. L’incidenza e la mortalità si sono progressivamente ridotte grazie all’estensione dei programmi di screening, che consentono l’identificazione precoce del tumore e l’asportazione delle lesioni precursori, in particolare i polipi adenomatosi avanzati. Tuttavia, l’adesione ai programmi di screening, tra cui la colonscopia e i test fecali non invasivi, rimane subottimale: negli Stati Uniti nel 2021 solo il 59% degli adulti eleggibili risultava in regola con le raccomandazioni, ben al di sotto dell’obiettivo nazionale dell’80%. Le disparità sono marcate tra diversi gruppi demografici, con tassi di adesione inferiori al 20% in alcune sottopopolazioni, spesso per motivi legati all’invasività della colonscopia, alla necessità di supporto logistico, ai costi indiretti associati alla procedura o alla scarsa accettabilità dei test fecali.

In questo contesto, si inserisce l’interesse per approcci di screening alternativi, più accessibili e accettabili, come i test ematici. Lo studio PREEMPT CRC, pubblicato su JAMA, ha valutato un test sperimentale basato sul DNA tumorale circolante (ctDNA), che utilizza il sequenziamento di nuova generazione per identificare specifici pattern di metilazione di dinucleotidi CpG associati a neoplasie colorettali avanzate.

L’obiettivo principale dello studio, che ha coinvolto oltre 27.000 partecipanti sottoposti a colonscopia come gold standard diagnostico, era validare l’accuratezza diagnostica di questo test per la rilevazione precoce del CRC in una popolazione asintomatica a rischio medio, di età compresa tra i 45 e gli 85 anni.

Il test ematico ha mostrato una sensibilità del 79,2% (95% CI: 68,4–86,9%) per il carcinoma colorettale, con una specificità del 91,5% (95% CI: 91,2–91,9%) per le neoplasie colorettali avanzate. La sensibilità aumentava con lo stadio tumorale, risultando del 57,1% per i tumori in stadio I e del 100% per quelli in stadio II e IV.

Per quanto riguarda le lesioni precancerose avanzate (adenomi ≥1 cm, adenomi con displasia di alto grado, lesioni sessili serrate), la sensibilità complessiva è risultata pari al 12,5% (95% CI: 11,3–13,8%), non raggiungendo il criterio di accettabilità predefinito. La sensibilità per le lesioni con displasia di alto grado o carcinoma in situ si attestava al 29,1%.

L’accuratezza del test è stata valutata in una popolazione ampia e diversificata (età 45–85 anni), reclutata in 201 centri tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, con rappresentanza demografica in linea con quella statunitense. Il protocollo prevedeva colonscopia entro 120 giorni dal prelievo ematico, con revisione centralizzata dei referti istologici.

Gli autori sottolineano che, sebbene la sensibilità per il cancro sia in linea con quella di test immunochimici fecali (FIT), la bassa sensibilità per le lesioni precancerose avanzate rappresenta una criticità, potenzialmente legata a una limitata liberazione di DNA da tali lesioni. Ulteriori studi saranno necessari per definire l’impatto clinico e i modelli ottimali di utilizzo di questo approccio, anche in termini di frequenza, costo-efficacia e adesione sul lungo periodo.

Fonte:

Shaukat A, Burke CA, Chan AT, et al; PREEMPT CRC Investigators. Clinical Validation of a Circulating Tumor DNA-Based Blood Test to Screen for Colorectal Cancer. JAMA. 2025 Jun 2: e257515.

La sfida dell’intelligenza artificiale nella ricerca accademica: opportunità, preoccupazioni e prospettive future

Un’indagine condotta dalla Oxford University Press (OUP)  ha esplorato l’impatto dell’intelligenza artificiale (IA) sulla comunità accademica, evidenziando come i ricercatori stiano affrontando questa rivoluzione tecnologica. La survey, che ha raccolto 2.345 risposte tra marzo e aprile 2024, ha analizzato atteggiamenti, comportamenti e aspettative verso gli strumenti di IA, con l’obiettivo di comprendere meglio le opportunità e le sfide che questa tecnologia comporta lungo l’intero percorso di ricerca.

Il 76% dei ricercatori intervistati dichiara di utilizzare strumenti di IA nella propria attività, principalmente per traduzioni automatiche (49%), chatbot (43%) e strumenti di ricerca basati sull’IA (25%). Tuttavia, solo il 27% si ritiene ben informato sulle potenzialità e i limiti di tali tecnologie, e il 69% insiste sulla necessità di valutare attentamente le implicazioni dell’uso dell’IA prima di integrarla nel proprio lavoro. In generale, il 67% riconosce alcuni benefici derivanti dall’IA, soprattutto in termini di efficienza, mentre il 37% apprezza il potenziale risparmio di tempo. Nonostante ciò, solo il 19% crede che l’IA possa migliorare la qualità complessiva della ricerca.

Un dato significativo riguarda la scarsa fiducia verso le aziende che sviluppano strumenti di IA: solo l’8% degli intervistati è convinto che queste rispettino le normative sulla protezione dei dati, e appena il 6% ritiene che tengano realmente conto della privacy e della sicurezza. Il 50% dei ricercatori manifesta preoccupazioni per l’impatto che l’IA potrebbe avere sul futuro della ricerca accademica, tra cui la compromissione della proprietà intellettuale e il mancato riconoscimento degli autori originali. Inoltre, tre ricercatori su cinque ritengono che l’IA possa influire negativamente sulle competenze accademiche, con un quarto (25%) che teme una riduzione della necessità di esercitare un pensiero critico.

L’indagine ha rivelato differenze significative tra i ricercatori a inizio carriera e quelli più esperti. I primi mostrano atteggiamenti più polarizzati: il 25% è scettico o critico sull’uso dell’IA, rispetto al 19% dei colleghi più avanti nella carriera. Le preoccupazioni sembrano quindi accentuarsi tra chi si trova nelle fasi iniziali, suggerendo un bisogno maggiore di formazione e supporto per questa fascia di professionisti.

Un altro aspetto centrale dell’indagine è il ruolo delle istituzioni accademiche, delle società scientifiche e degli editori nel guidare l’integrazione dell’IA nella ricerca. Il 54% dei ricercatori si affiderebbe alla propria società scientifica per indicazioni sull’uso dell’IA, il 43% si rivolgerebbe alla propria istituzione e il 27% agli editori. Tuttavia, quasi la metà dei partecipanti (46%) ha segnalato che la propria organizzazione non dispone di una politica sull’IA o che tale politica non è nota.

La OUP sottolinea l’importanza di definire un approccio responsabile e sostenibile all’utilizzo dell’IA, collaborando con i fornitori della tecnologia per stabilire principi chiari di utilizzo e la necessità di un quadro normativo per garantire che l’IA sostenga la ricerca senza comprometterne l’integrità.

Questa survey, attraverso un’analisi approfondita e rappresentativa di diverse discipline, aree geografiche e fasi di carriera, non solo fotografa l’attuale rapporto tra IA e ricerca, ma intende anche alimentare un dialogo costruttivo su come sfruttare le opportunità offerte dall’IA minimizzandone i rischi. Per costruire un futuro che rispetti i valori fondamentali della comunità accademica, è essenziale che tutte le parti interessate collaborino per sviluppare strumenti etici, trasparenti e realmente utili per il progresso della conoscenza scientifica.

Digiuno intermittente e salute cardiometabolica: una revisione sistematica e network meta-analisi ne valuta l’efficacia

Un’ampia revisione sistematica con network meta-analisi recentemente pubblicata sul BMJ ha analizzato l’efficacia di diverse strategie di digiuno intermittente sul peso corporeo e su altri fattori di rischio cardiometabolico. Lo studio, che ha incluso 99 trial clinici randomizzati per un totale di 6.582 adulti, rappresenta la più ampia sintesi comparativa finora disponibile tra le tre principali forme di digiuno intermittente – il digiuno a giorni alterni (Alternate Day Fasting), l’alimentazione a tempo limitato (Time Restricted Eating) e il digiuno di un giorno intero (Whole Day Fasting: si digiuna per uno o più giorni interi a settimana, seguiti da giorni di alimentazione normale, spesso secondo schema 5:2) – confrontate con la restrizione calorica continua (Continuous Energy Restriction) e la dieta ad libitum.

La revisione, commissionata dalla Diabetes and Nutrition Study Group della European Association for the Study of Diabetes, ha incluso studi condotti su adulti di ogni condizione clinica, con almeno tre settimane di follow-up.

Gli outcome primari riguardavano il peso corporeo, mentre quelli secondari includevano BMI, circonferenza vita, composizione corporea, profili glicemici e lipidici, pressione arteriosa, proteina C-reattiva e marker epatici. L’analisi si è basata su un modello di network meta-analisi, valutando la qualità delle evidenze con il sistema GRADE e includendo anche analisi stratificate per durata dello studio (<24 vs ≥24 settimane) e popolazione (adulti sani o con patologie croniche).

Tutte le strategie dietetiche, sia quelle basate sul digiuno intermittente sia la restrizione calorica continua, hanno mostrato una riduzione del peso corporeo rispetto alla dieta ad libitum. In particolare:

  • Il digiuno a giorni alterni ha determinato la maggiore riduzione ponderale rispetto alla dieta ad libitum (−3,40 kg; IC 95% −4,14 a −2,67), con evidenza di alta qualità.
  • Anche il Whole Day Fasting (−2,36 kg) e la restrizione calorica continua (−2,11 kg) hanno mostrato riduzioni significative rispetto alla dieta ad libitum, mentre l’effetto dell’alimentazione a tempo limitato è risultato minore (−1,72 kg).
  • Rispetto alla restrizione calorica continua, solo il digiuno a giorni alterni ha evidenziato un vantaggio (−1,29 kg), ma di entità considerata “trascurabile” secondo le soglie clinicamente rilevanti (≥2,0 kg).
  • Tra i confronti diretti fra le strategie di digiuno, il digiuno a giorni alterni ha mantenuto un lieve vantaggio su alimentazione a tempo limitato (−1,69 kg) e sul Whole Day Fasting (−1,05 kg).
  • Nelle analisi a lungo termine (≥24 settimane), le differenze tra le strategie si attenuano e il vantaggio dell’una rispetto all’altra scompare. Questo potrebbe essere dovuto a vari fattori: calo dell’aderenza nel tempo (i partecipanti faticano a mantenere lo schema di digiuno a giorni alterni per molti mesi), adattamenti metabolici che rallentano la perdita di peso nel lungo termine e numero limitato di studi a lungo termine (solo 5 con durata ≥52 settimane), che rende meno robusta l’analisi.

Il digiuno a giorni alterni si è associato a miglioramenti su alcuni parametri lipidici rispetto alle altre due strategie di digiuno intermittente: riduzioni moderate di colesterolo totale, trigliceridi e colesterolo non-HDL. Al contrario, il confronto tra il Whole Day Fasting vs l’alimentazione a tempo limitato ha mostrato un lieve aumento di colesterolo totale e LDL a favore di quest’ultima.

Nessuna delle strategie dietetiche ha determinato cambiamenti significativi nei livelli di emoglobina glicata o colesterolo HDL.

L’aderenza è stata generalmente buona nei trial di breve durata, ma è diminuita nei pochi studi di lunga durata (fino a 52 settimane). Gli eventi avversi sono stati lievi e poco frequenti (nausea, costipazione, fame); è stato segnalato un solo caso di ipoglicemia con caduta.

Sebbene i punti di punti di forza dello studio siano numerosi (design rigoroso, valutazione sistematica della qualità delle prove, ampio numero di confronti indiretti e diretti permessi dalla network meta-analisi) permangono tuttavia alcune limitazioni tra cui l’eterogeneità tra gli studi, la scarsità di studi di lungo periodo, la bassa precisione di alcune stime (ampiezza degli intervalli di confidenza) e il calo di adesione nei trial più lunghi.

Gli autori concludono comunque che il digiuno intermittente si conferma una strategia alimentare potenzialmente efficace per la riduzione del peso corporeo e per alcuni parametri di rischio cardiometabolico, in misura paragonabile alla restrizione calorica continua. Tuttavia, il solo schema che ha mostrato qualche beneficio aggiuntivo è il digiuno a giorni alterni, soprattutto nei trial di durata inferiore a 24 settimane. I benefici di lungo termine restano poco chiari e richiedono ulteriori trial con follow-up prolungati, disegnati per valutare la sostenibilità e gli effetti clinici reali delle diverse strategie alimentari.

Fonte:


Semnani-Azad Z, Khan TA, Chiavaroli L, et al. Intermittent fasting strategies and their effects on body weight and other cardiometabolic risk factors: systematic review and network meta-analysis of randomised clinical trials. BMJ 2025;389:e082007.

Esercizio fisico dopo la chemioterapia adiuvante nel carcinoma del colon: i risultati dello studio CHALLENGE

Un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine riaccende il dibattito sul potenziale ruolo dell’attività fisica in oncologia: numerosi studi osservazionali hanno infatti suggerito un’associazione tra maggiore attività fisica e miglior esito clinico nei pazienti oncologici. Tuttavia, mancava fino ad ora una prova di livello 1 ottenuta attraverso uno studio randomizzato di ampia scala.

Il trial CHALLENGE (Colon Health and Lifelong Exercise Change) è uno studio randomizzato di fase 3 durato 15 anni e condotto su 889 pazienti con adenocarcinoma del colon in stadio III o II ad alto rischio trattati con resezione completa e chemioterapia adiuvante. Lo studio ha valutato l’efficacia di un programma di esercizio strutturato di 3 anni, avviato entro 6 mesi dalla chemioterapia adiuvante, sulla sopravvivenza libera da malattia e sulla sopravvivenza globale.

I partecipanti sono stati randomizzati in due gruppi: uno ha ricevuto semplici materiali di educazione sanitaria (controllo), mentre l’altro ha seguito un programma intensivo e strutturato di esercizio fisico della durata di tre anni (intervento).

Quest’ultimo prevedeva sessioni obbligatorie di supporto comportamentale (sia in presenza sia da remoto), sessioni di attività fisica supervisionata e una guida personalizzata basata sulla Theory of Planned Behavior. L’obiettivo era aumentare il livello di esercizio aerobico ricreativo rispetto alla condizione iniziale di almeno 10 metabolic equivalent task (MET)-ore a settimana nei primi 6 mesi, e poi mantenere o aumentare ulteriormente questo livello per i successivi 2 anni e mezzo.

A un follow-up mediano di quasi 8 anni, i risultati sono apparsi sorprendenti. Nel gruppo che ha seguito il programma di esercizio, la sopravvivenza libera da malattia è risultata significativamente migliore rispetto al gruppo di controllo: 80,3% a 5 anni contro il 73,9%, con un hazard ratio (HR) di 0,72 (95% CI, 0,55–0,94; p=0,02). Anche la sopravvivenza globale ha mostrato un miglioramento nel gruppo esercizio, con una sopravvivenza all’ottavo anno del 90,3% rispetto all’83,2% del gruppo controllo. Inoltre, si sono osservati meno casi di recidiva e di nuovi tumori primari nel gruppo intervento.

Parallelamente agli endpoint clinici, lo studio ha documentato miglioramenti funzionali nel gruppo intervento: aumenti moderati ma costanti nella capacità cardiorespiratoria (VO₂ max stimato), nella distanza percorsa nel test dei 6 minuti e nella qualità di vita percepita (scala SF-36). Gli eventi avversi gravi, seppur più frequenti nel gruppo esercizio, sono rimasti contenuti (muscoloscheletrici: 18,5% vs 11,5%).

Tuttavia, come riconosciuto dagli stessi autori, lo studio presenta alcuni limiti rilevanti che meritano attenzione. In primo luogo, l’arruolamento è stato molto più lento del previsto e si è protratto per oltre 15 anni, un dato che riflette la complessità e l’intensità del programma proposto, ma che solleva interrogativi sulla sua reale applicabilità su larga scala

Inoltre, il numero di eventi osservati (224) è stato nettamente inferiore a quello previsto nel disegno originale (380), riducendo la potenza statistica dello studio e limitando la robustezza delle conclusioni.

Gli autori riconoscono anche una possibile selezione favorevole della popolazione arruolata: i pazienti erano tendenzialmente in buona forma fisica e privi di recidiva precoce, poiché lo studio prevedeva l’arruolamento tra il secondo e il sesto mese dalla fine della chemioterapia. Questa caratteristica potrebbe aver contribuito a innalzare i tassi di sopravvivenza rispetto alla media generale.

Un’altra questione riguarda la valutazione dell’attività fisica, basata principalmente su questionari autocompilati — soggetti a potenziali distorsioni — anche se supportati da dati oggettivi come il VO₂ max stimato e il test dei 6 minuti.

Infine, va sottolineato che i pazienti nel gruppo esercizio hanno ricevuto un numero significativamente maggiore di interazioni con il personale rispetto al gruppo controllo. Gli autori ammettono che non è possibile escludere completamente un effetto positivo dovuto alla maggiore socializzazione e supporto ricevuto, anche se ricordano che studi precedenti con simili livelli di interazione — ad esempio nel contesto di interventi nutrizionali o psicosociali — non avevano mai mostrato un impatto comparabile sulla sopravvivenza.

In conclusione, lo studio CHALLENGE offre dati stimolanti e apre nuove possibilità sull’uso dell’attività fisica come vera e propria componente terapeutica nel follow-up oncologico. La sua inclusione nei protocolli oncologici di routine sarà però necessariamente guidata da ulteriori evidenze, studi replicativi e analisi costi-benefici. E, come sottolineano gli autori, serviranno sistemi sanitari pronti a investire in programmi di supporto comportamentale e infrastrutture per l’attività fisica supervisionata.

Fonte:

Courneya KS, Vardy JL, O’Callaghan CJ, et al. Structured Exercise after Adjuvant Chemotherapy for Colon Cancer. N Engl J Med 2025 Jun 1. doi: 10.1056/NEJMoa2502760.

Assumere gli antipertensivi la sera non riduce gli eventi cardiovascolari: i risultati dello studio BedMed

Per oltre due decenni, la possibilità di migliorare la prevenzione cardiovascolare semplicemente modificando l’orario di assunzione degli antipertensivi ha affascinato la comunità scientifica. Alla base di questa ipotesi vi è l’andamento circadiano della pressione arteriosa (PA), che tende fisiologicamente a ridursi durante il sonno. La PA notturna, in particolare, è stata identificata come un predittore più accurato degli eventi cardiovascolari rispetto alla PA diurna, suggerendo che un’elevata PA notturna possa comportare un rischio cardiovascolare maggiore, probabilmente in virtù delle differenze metaboliche tra sonno e veglia. Da qui l’idea che, l’assunzione serale dei farmaci antipertensivi, potesse potenziare la riduzione del rischio cardiovascolare, agendo più efficacemente sulla PA notturna.

Tre grandi trial clinici randomizzati hanno provato a rispondere alla domanda, ma con risultati discordanti. Il trial MAPEC (2000–2009) e, successivamente, lo studio Hygia (2008–2018), entrambi condotti dallo stesso gruppo di ricerca, avevano suggerito una significativa riduzione del rischio cardiovascolare – rispettivamente del 61% e del 45% – con la somministrazione serale.

Tre grandi trial clinici randomizzati hanno provato a rispondere alla domanda, ma con risultati discordanti. Il trial MAPEC (2000–2009) e, successivamente, lo studio Hygia (2008–2018), entrambi condotti dallo stesso gruppo di ricerca, avevano suggerito una significativa riduzione del rischio cardiovascolare – rispettivamente del 61% e del 45% – con la somministrazione serale. Tali risultati, seppur sorprendenti, sono stati oggetto di intense discussioni nella comunità scientifica, che ha chiesto ulteriori conferme indipendenti prima di un eventuale cambiamento delle linee guida. A raffreddare gli entusiasmi è giunto il trial TIME (2011–2021), che non ha rilevato alcun beneficio dalla somministrazione serale, attribuendo i risultati nulli alla bassa aderenza e al profilo di rischio relativamente basso dei partecipanti.

Il trial BedMed, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati su JAMA, è stato disegnato per chiarire definitivamente la questione. Si tratta di uno studio pragmatico, multicentrico, open-label ma con endpoint valutati in modo cieco, che ha arruolato 3.357 pazienti ipertesi in trattamento con almeno un antipertensivo in monosomministrazione giornaliera. I partecipanti, reclutati attraverso 436 medici di famiglia in cinque province canadesi, sono stati randomizzati ad assumere i farmaci al mattino o alla sera. Il follow-up mediano è stato di 4,6 anni.

L’endpoint primario era rappresentato da un composito di morte per tutte le cause, ospedalizzazione o accesso in pronto soccorso per ictus, sindrome coronarica acuta o scompenso cardiaco. I risultati sono stati inequivocabili: il tasso di eventi cardiovascolari è stato di 2,3 per 100 anni-paziente nel gruppo serale, contro 2,4 nel gruppo mattutino (HR aggiustato 0,96; IC 95%, 0,77–1,19; p = 0,70). Nessuna differenza significativa è emersa nemmeno nei singoli componenti dell’endpoint o negli eventi avversi di sicurezza, tra cui cadute, fratture, glaucoma o declino cognitivo.

I risultati di BedMed confermano quelli dello studio TIME e di una vasta coorte osservazionale spagnola, che non hanno rilevato differenze nella mortalità cardiovascolare o generale in relazione all’orario di assunzione degli antipertensivi. Al contrario, divergono nettamente dai trial MAPEC e Hygia, i cui risultati, secondo gli autori di BedMed, potrebbero essere stati influenzati da bias selettivi e mancanza di trasparenza nella gestione dei dati.

Pur avendo registrato un numero inferiore di eventi rispetto a TIME e Hygia, BedMed ha comunque escluso, con sufficiente potenza statistica, qualsiasi riduzione significativa del rischio rendendo improbabile un beneficio clinicamente rilevante della somministrazione serale. È inoltre il primo trial a valutare sistematicamente anche esiti visivi e cognitivi, senza evidenziare differenze tra i due gruppi. L’aderenza al trattamento, auto-riferita, è risultata leggermente inferiore nel gruppo serale, specialmente tra i pazienti in terapia con diuretici, ma simile a quella rilevata in TIME.

In conclusione, BedMed rafforza l’idea che il timing dell’assunzione degli antipertensivi non sia un fattore determinante né per l’efficacia terapeutica né per la sicurezza. La scelta dell’orario dovrebbe quindi basarsi esclusivamente sulle preferenze del paziente, promuovendo la massima aderenza alla terapia.

Fonte:

  1. Garrison SR, Bakal JA, Kolber MR, et al. Antihypertensive Medication Timing and Cardiovascular Events and Death: The BedMed Randomized Clinical Trial. JAMA 2025;333(23):2061-2072. doi:10.1001/jama.2025.4390.

Approvazione accelerata dei farmaci antitumorali

Un recente studio pubblicato sul JAMA1 ha sollevato preoccupazioni sull’utilizzo dell’approvazione accelerata da parte della Food and Drug Administration

(FDA) per i farmaci antitumorali. Il lavoro ha esaminato i risultati in termini di benefici clinici dei farmaci antitumorali approvati con procedura accelerata tra il 2013 e il 2023, analizzando anche il processo di conversione in approvazione “regolare” attuato dalla FDA. Dall’analisi sono emerse diverse criticità:

Benefici clinici limitati: nonostante un follow-up di oltre 5 anni, molti farmaci antitumorali approvati con procedura accelerata non hanno dimostrato benefici significativi in termini di sopravvivenza globale o di qualità di vita dei pazienti.

Processo di conversione problematico: le decisioni della FDA riguardanti il passaggio dei farmaci dall’approvazione accelerata a quella regolare sono state eterogenee, con alcuni farmaci che hanno mostrato miglioramenti nei risultati chiave, mentre altri non hanno dimostrato benefici clinici sostanziali.

Utilizzo di endpoint surrogati: l’uso sempre più frequente di misure surrogate, come il tasso di risposta, per supportare la conversione all’approvazione regolare è stato oggetto di critica, poiché la loro accuratezza nel predire benefici clinici è stata messa in dubbio.

    • Pazienti informati: è essenziale che i pazienti siano consapevoli dei limiti dei farmaci antitumorali approvati con procedura accelerata e dell’incertezza che circonda il loro effettivo beneficio clinico.
    • Gli operatori sanitari devono valutare attentamente le prove a sostegno dell’uso dei farmaci approvati con procedura accelerata e dare priorità ai trattamenti con benefici clinici dimostrati.
    • Agenzie regolatorie: serve un maggior controllo e una supervisione più rigorosa del processo di approvazione, in particolare per quanto riguarda l’uso di endpoint surrogati e la conversione dei farmaci all’approvazione ordinaria.

    Garantire che i pazienti affetti da cancro ricevano trattamenti sicuri ed efficaci richiede un approccio più cauto e rigoroso all’approvazione accelerata dei farmaci. La priorità deve essere data alla tutela della salute dei pazienti, basandosi su prove scientifiche solide e non su scorciatoie regolatorie.

    Carboidrati e invecchiamento sano: uno studio longitudinale sulle donne del Nurses’ Health Study

    Un’elevata qualità dei carboidrati nella dieta di mezza età è associata a un invecchiamento più sano. Lo dimostra una nuova analisi prospettica di coorte del Nurses’ Health Study, pubblicata su JAMA Network Open, che ha coinvolto oltre 47.000 donne e ha seguito la loro alimentazione e stato di salute per oltre trent’anni (1). I risultati sostengono con forza che non tutti i carboidrati sono uguali: quelli provenienti da cereali integrali, frutta, verdura e legumi possono avere un impatto favorevole sulla longevità e la salute cognitiva e fisica in età avanzata.

    Lo studio, condotto da Ardisson Korat e colleghi, ha esaminato l’associazione tra l’assunzione di carboidrati (quantità totale e qualità) nella mezza età e la probabilità di raggiungere la vecchiaia in buona salute. Le partecipanti, tutte sotto i 60 anni all’inizio dello studio nel 1984, sono state seguite fino al 2016. Il principale outcome era rappresentato dal raggiungimento di un invecchiamento “in salute”, definito come assenza di malattie croniche maggiori, mantenimento delle funzioni cognitive e fisiche, e buono stato di salute mentale, secondo le risposte ai questionari del 2014 e 2016.

    Dalle analisi è emerso che un aumento del 10% dell’apporto calorico giornaliero da carboidrati totali si associa a una maggiore probabilità di invecchiare in salute (OR 1,17; IC 95%: 1,10-1,25). L’associazione risultava ancora più marcata per i carboidrati di alta qualità (OR 1,31; IC 95%: 1,22-1,41), mentre un maggiore consumo di carboidrati raffinati (quelli provenienti da farina di grano raffinata, patate e zuccheri aggiunti) si correlava negativamente all’invecchiamento sano (OR 0,87; IC 95%: 0,80-0,95).

    I carboidrati derivati da frutta, verdura e cereali integrali si confermavano i più favorevoli, con odds ratio compresi tra 1,11 e 1,37 per ogni incremento del 5% dell’energia giornaliera. Anche il consumo di fibra alimentare, in particolare quella proveniente da frutta, verdura e cereali, mostrava un’associazione positiva con l’invecchiamento sano (OR fino a 1,17 per incremento di 1 deviazione standard).

    Un alto indice glicemico (GI) e un elevato rapporto carboidrati/fibra erano invece negativamente associati all’outcome, indicando che il carico glicemico dei carboidrati ha un ruolo rilevante. Interessante anche l’analisi dei modelli sostitutivi: rimpiazzare isocaloricamente i carboidrati raffinati, le proteine animali o i grassi (inclusi i trans) con carboidrati di alta qualità migliorava la probabilità di invecchiamento sano, con odds ratio tra 1,08 e 1,16.

    Tra i principali punti di forza dello studio si segnalano la lunga durata del follow-up, l’ampia coorte con dati dettagliati e aggiornati su dieta e salute, e l’accurata definizione di “invecchiamento sano”, che include dimensioni fisiche, mentali e cognitive. La coorte delle infermiere, ben caratterizzata e con elevata compliance, rappresenta un modello ideale per studi osservazionali su dieta e salute a lungo termine.

    Tuttavia, lo studio presenta alcune limitazioni. I dati dietetici si basano su questionari autosomministrati, soggetti a potenziali recall bias e misclassificazioni. Inoltre, la popolazione studiata comprende esclusivamente donne, prevalentemente bianche e con un livello socioeducativo elevato, limitando l’estendibilità dei risultati ad altri gruppi demografici. Infine, trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire nessi causali, sebbene l’analisi statistica abbia tenuto conto di numerosi fattori confondenti.

    Bibliografia:

    1. Ardisson Korat AV, Duscova E, Shea MK, et al. Dietary Carbohydrate Intake, Carbohydrate Quality, and Healthy Aging in Women. JAMA Netw Open 2025;8(5):e2511056. doi:10.1001/jamanetworkopen.2025.11056

    Antipertensivi e demenza: esiste una classe di farmaci che offre una protezione migliore?

    Un grande studio di coorte internazionale, pubblicato su Age and Ageing , riapre il dibattito sull’impatto dei farmaci antipertensivi sul rischio di demenza, suggerendo che alcune classi farmacologiche potrebbero offrire benefici superiori agli ACE-inibitori nella prevenzione dell’insorgenza di demenza, in particolare della malattia di Alzheimer.

    Condotto su oltre 1,6 milioni di nuovi utilizzatori di antipertensivi in quattro Paesi (Regno Unito, Svezia, Australia e Hong Kong), lo studio ha confrontato i rischi di demenza associati a diverse classi di farmaci antipertensivi rispetto agli ACE-inibitori, utilizzando un disegno attivo di confronto tra nuovi utilizzatori e un rigoroso processo di armonizzazione metodologica dei dati tra i database nazionali coinvolti.

    Dai risultati emerge un dato particolarmente interessante: l’uso di beta-bloccanti e diuretici tiazidici è risultato associato a un rischio significativamente più basso di demenza rispetto agli ACE-inibitori. Nei dati combinati (meta-analisi a effetti casuali), i beta-bloccanti hanno mostrato un hazard ratio (HR) di 0,92 (95% CI 0,87–0,97), mentre i tiazidici si sono attestati su un HR di 0,93 (95% CI 0,88–0,98).

    L’effetto protettivo si è mantenuto anche nelle analisi di sottogruppo per specifici tipi di demenza. In particolare, i tiazidici hanno dimostrato una significativa riduzione del rischio di Alzheimer (HR 0,90; 95% CI 0,84–0,97). Al contrario, i calcio-antagonisti, pur essendo tra le terapie più diffuse, non hanno mostrato una differenza significativa rispetto agli ACE-inibitori in termini di rischio di demenza.

    Lo studio ha adottato un approccio di confronto attivo tra nuovi utilizzatori (“active-comparator new-user design”) e ha escluso i pazienti con una diagnosi pregressa di demenza. L’esito primario era l’insorgenza di qualsiasi tipo di demenza, mentre quelli secondari includevano Alzheimer, demenza vascolare e demenza a corpi di Lewy. Le analisi sono state condotte separatamente nei singoli Paesi, con successiva meta-analisi per sintetizzare i risultati.

    Importante notare che i ricercatori hanno adottato molteplici strategie di sensibilità, incluso un “lag time” di 2 anni per limitare il rischio di causalità inversa, e la verifica dei risultati attraverso metodi di propensity score matching.

    I risultati di questo studio osservazionale suggeriscono che l’effetto neuroprotettivo dei farmaci antipertensivi potrebbe variare in funzione del meccanismo d’azione della classe farmacologica. In particolare, l’attività di modulazione adrenergica o natriuretica potrebbe avere un impatto più favorevole sul rischio cognitivo rispetto alla semplice inibizione dell’enzima di conversione dell’angiotensina.

    Tuttavia, gli autori sottolineano l’importanza di non trarre conclusioni definitive in assenza di studi randomizzati. Il rischio di confondenti residui, nonostante l’accuratezza metodologica, non può essere escluso. Lo studio non modifica quindi le raccomandazioni terapeutiche attuali, ma offre nuovi spunti per futuri trial clinici orientati a valutare l’effetto dei singoli antipertensivi sulla salute cognitiva.

    Bibliografia:

    1. Cheung ECL, Adesuyan M, Szilcz M, et al. Antihypertensive drug classes and risk of incident dementia: a multinational population-based cohort study. Age Ageing 2025;54:afaf121.

    Deprescribing di benzodiazepinici e sedativi ipnotici: quali sono gli interventi più efficaci?

    Benzodiazepine e sedativi ipnotici sono farmaci comunemente usati per trattare l’insonnia. Poiché però questi farmaci aumentano il rischio di cadute, deterioramento cognitivo e causano dipendenza, in particolare nelle persone anziane e nei pazienti più vulnerabili, le raccomandazioni cliniche ne incoraggiano la sospensione guidata da medici. L’uso cronico di questi farmaci resta però diffuso, soprattutto tra gli anziani. Le ragioni? Dipendenza fisica e psicologica, paura di ricadere nell’insonnia e una generale mancanza di consapevolezza su rischi e sulle alternative farmacologiche e non farmacologiche a queste terapie. Anche gli operatori sanitari, dal canto loro, riferiscono una conoscenza limitata delle alternative a benzodiazepine e sedativi ipnotici, una mancanza di chiarezza sui danni di questi trattamenti e prove insufficienti sulle strategie ottimali per sostenerne la diminuzione e/o interruzione. In risposta a questi problemi, una nuova revisione sistematica e metanalisi, pubblicata sul BMJ, ha analizzato l’efficacia comparativa delle strategie per facilitare il “deprescribing” di questa tipologia di far maci, offrendo una panoramica delle evidenze disponibili fino ad agosto 2024.

    Il termine deprescribing indica un processo clinico strutturato e supervisionato volto alla riduzione, sospensione o sostituzione di uno o più farmaci in uso da parte di un paziente, quando questi risultano non più necessari, potenzialmente inappropriati o dannosi. Si tratta di una pratica essenziale della medicina personalizzata, finalizzata a ottimizzare la terapia farmacologica, migliorare la qualità della vita e prevenire eventi avversi da farmaci, soprattutto nei pazienti anziani o che assumono più farmaci in contemporanea.

    Lo studio del BMJ ha incluso 49 trial randomizzati per un totale di oltre 39.000 pazienti. Le strategie analizzate spaziavano dalla riduzione graduale alla terapia cognitivo-comportamentale, passando per interventi educativi rivolti a pazienti e medici, revisione farmacologica, mindfulness, colloqui motivazionali e supporto da parte di farmacisti.

    I risultati mostrano che tre interventi, supportati da evidenze a bassa certezza, possono aumentare il numero di pazienti che riescono a sospendere la terapia:

    • l’educazione del paziente può aumentare la proporzione di soggetti che sospendono l’uso di benzodiazepine e sedativi di circa 14% (intervallo di confidenza al 95%: 6%-25%);
    • la revisione farmacologica potrebbe produrre un incremento di circa il 10% (IC 95%: 3%-19%);
    • un intervento educativo condotto dal farmacista potrebbe risultare ancora più efficace, con un aumento stimato del 49% circa (IC 95%: 23%-93%).

    Le evidenze di certezza moderata indicano che l’educazione del paziente probabilmente non ha alcun effetto rilevante sulla funzionalità fisica, sulla salute mentale o sui sintomi e segni dell’insonnia. Non sono disponibili dati per valutare questi esiti nel caso della revisione farmacologica e dell’intervento educativo del farmacista.

    Non sono state riscontrate evidenze convincenti sull’efficacia di altri interventi nel favorire la sospensione dei farmaci. Inoltre, non è emersa evidenza di certezza moderata o alta che suggerisca un aumento dei tassi di abbandono associato a uno qualsiasi degli interventi esaminati.

    Infine, le evidenze di bassa certezza suggeriscono che interventi multimodali (ossia composti da più componenti) potrebbero essere più efficaci rispetto a interventi basati su una sola strategia nel facilitare la dismissione dei benzodiazepenici e sedativi ipnotici.

    Questo lavoro rientra nell’ambito del progetto BMJ Rapid Recommendations, che mira a colmare le lacune nelle evidenze per la pratica clinica. Gli autori sottolineano quindi l’urgenza di studi di alta qualità per validare e ottimizzare le strategie più promettenti, e suggeriscono che interventi centrati sul paziente e supportati da team multidisciplinari, possano rappresentare una via concreta per ridurre l’utilizzo cronico dei benzodiazepinici e sedativi ipnotici nella popolazione generale.

    Fonte:

    1. Zeraatkar D, Nagraj SK, Ling M, et al. Comparative effectiveness of interventions to facilitate deprescription of benzodiazepines and other sedative hypnotics: systematic review and meta-analysis. BMJ 2025;389:e081336. doi:10.1136/bmj-2024-081336

    Categorie EBM