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Aggiornamento della checklist CONSORT 2025: una nuova bussola per il reporting e la valutazione degli RCT

La conduzione e il reporting accurato dei trial clinici randomizzati (RCT) rappresentano il fondamento della medicina basata sull’evidenza. Tuttavia, numerose analisi hanno evidenziato come la qualità della rendicontazione degli RCT sia spesso subottimale, ostacolando l’interpretazione critica dei risultati, la riproducibilità e, in ultima analisi, il trasferimento efficace delle evidenze alla pratica clinica¹. In risposta a tali criticità, il CONSORT statement (Consolidated Standards of Reporting Trials), pubblicato per la prima volta nel 1996 e aggiornato nel 2001 e 2010, è stato nuovamente rivisto dando origine al CONSORT 2025 Statement².

Il CONSORT rappresenta uno strumento metodologico imprescindibile nella redazione e nella valutazione dei trial clinici. Esso consiste in una checklist strutturata, accompagnata da un diagramma di flusso e da un documento esplicativo, mirata a garantire trasparenza e completezza nella descrizione delle modalità di conduzione dello studio, dei metodi statistici applicati e dei risultati ottenuti. La versione 2025 introduce modifiche sostanziali, dettate dall’evoluzione delle metodologie sperimentali, dall’esperienza accumulata negli anni e dal confronto con gli utenti finali, inclusi ricercatori, editori e rappresentanti dei pazienti.

La revisione si è avvalsa di un’approfondita revisione della letteratura, di una survey Delphi internazionale in tre fasi (che ha coinvolto oltre 300 esperti) e di un tavolo di consenso con partecipanti rappresentativi di tutti gli stakeholder. Tra le principali novità si annoverano l’introduzione di 7 nuovi item nella checklist, la revisione di tre voci esistenti, la cancellazione di un item (sulla generalizzabilità, ora integrato nella sezione “Limitazioni”) e una riorganizzazione generale della struttura.

Una delle innovazioni più significative è l’inserimento di una sezione dedicata all’open science, che sottolinea l’importanza della registrazione dei trial, della condivisione dei dati individuali anonimizzati, del codice statistico e di tutte le risorse utili alla replicazione e alla valutazione critica degli studi. Altre aggiunte rilevanti includono l’obbligo di riportare conflitti di interesse, la partecipazione di pazienti nella progettazione dello studio, i criteri di eleggibilità per i siti e gli operatori sanitari coinvolti, e la descrizione dettagliata della somministrazione degli interventi. Sono stati inoltre integrati requisiti più dettagliati per l’analisi statistica, con attenzione particolare alla gestione dei dati mancanti e alla trasparenza delle analisi non prespecificate. Il concetto di “fidelity”, ovvero la misura in cui l’intervento è stato implementato come pianificato, trova per la prima volta un’esplicita collocazione all’interno della checklist.

Inoltre, la nuova versione del CONSORT integra raccomandazioni precedentemente contenute in estensioni specifiche, come quelle relative alla valutazione degli eventi avversi, agli esiti e agli interventi non farmacologici. Ciò permette di fornire un quadro unitario, più agevole da implementare anche nei contesti più complessi. La checklist aggiornata comprende ora 30 item, ciascuno dei quali accompagnato da una versione espansa che dettaglia gli elementi critici da includere, in linea con il modello utilizzato nel PRISMA 2020.

È fondamentale sottolineare che il CONSORT 2025 non prescrive una struttura rigida per la redazione dei manoscritti, ma definisce un set minimo di informazioni che devono essere incluse per garantire qualità, trasparenza e replicabilità. Il formato finale dell’articolo resta a discrezione della rivista scientifica. Viene inoltre raccomandata la compilazione e l’invio della checklist stessa insieme al manoscritto, per favorire il lavoro dei revisori e migliorare la qualità complessiva del reporting.

Il nuovo statement assume un ruolo centrale non solo per gli autori, ma anche per editori, revisori, clinici e sviluppatori di linee guida, che possono avvalersene per una più efficace valutazione della validità interna ed esterna dei trial. L’intento dichiarato degli autori è promuovere una cultura della trasparenza che favorisca la riproducibilità degli studi e rafforzi la fiducia della comunità scientifica e dei cittadini nella ricerca clinica. Infine, il CONSORT 2025 si propone come una linea guida “vivente”, aperta a futuri aggiornamenti in risposta a nuove evidenze e all’evoluzione delle pratiche di ricerca.

Fonti:

  1. Glasziou P, Altman DG, Bossuyt P, Boutron I, Clarke M, Julious S, Michie S, Moher D, Wager E. Reducing waste from incomplete or unusable reports of biomedical research. Lancet. 2014 Jan 18;383(9913):267-76. doi: 10.1016/S0140-6736(13)62228-X.
  2. Hopewell S, Chan AW, Collins GS, et al. CONSORT 2025 statement: updated guideline for reporting randomized trials. Nat Med. 2025 Apr 15. doi: 10.1038/s41591-025-03635-5,

Social media e oncologia: visibilità contro rigore? Un dibattito aperto sulla comunicazione scientifica nell’era digitale

Uno studio pubblicato su JAMA Oncology riflette sui rischi della comunicazione scientifica attraverso i social media in oncologia. All’analisi degli autori si sono aggiunti commenti critici e costruttivi da parte di oncologi di vari Paesi, che sottolineano tanto i pericoli di un ecosistema digitale dominato da metriche di coinvolgimento, quanto le opportunità offerte per colmare disuguaglianze strutturali nell’accesso all’informazione. Il dibattito resta aperto e chiama in causa la responsabilità collettiva della comunità scientifica.

Nel numero di luglio di JAMA Oncology, Raffaele Giusti (Ospedale Sant’Andrea, Roma), Gennaro Daniele e Fotios Loupakis hanno firmato un articolato punto di vista sull’impatto dei social media nella comunicazione scientifica in oncologia, denunciandone le potenziali derive in termini di amplificazione dei bias, distorsione dei risultati preliminari e conflitti di interesse.

L’intervento, dal titolo The Role of Social Media in Fueling Bias in Oncology, ha acceso un vivace dibattito internazionale che ha coinvolto, tra gli altri, Yakup Ergun (Turchia), Amol Akhade (India) e Brian Shields (USA).

Gli autori descrivono un ecosistema informativo in rapida trasformazione, in cui la condivisione di dati e interpretazioni sui social media — Twitter/X in particolare — ha superato per rapidità e visibilità i canali accademici tradizionali. Se da un lato questo fenomeno favorisce la diffusione tempestiva delle evidenze, il dialogo interdisciplinare e il feedback in tempo reale, dall’altro lato introduce rischi crescenti: interpretazioni affrettate, polarizzazione delle opinioni, hype, e promozione non trasparente di risultati ancora preliminari.

La tendenza a privilegiare la viralità rispetto al rigore — osservano gli autori — si manifesta, ad esempio, nei principali congressi oncologici, dove solo il 28% dei contenuti diffusi da figure di spicco riguarda dati scientifici, mentre oltre un terzo include contenuti personali o promozionali. Ancora più preoccupante è il ruolo dei conflitti di interesse finanziari: analisi indipendenti hanno mostrato che oltre il 90% dei medici con maggiore visibilità sui social media in oncologia riceve compensi sostanziali dall’industria, con una predominanza di post favorevoli ai farmaci o alle sperimentazioni sponsorizzate.

Il quadro viene ulteriormente complicato dall’uso di piattaforme di intelligenza artificiale (IA) per il monitoraggio del sentiment online e la costruzione di mappe d’influenza tra key opinion leader (KOL), strumenti che rischiano di favorire logiche di visibilità e engagement, più che la qualità metodologica dei contenuti condivisi.

Alla pubblicazione di Giusti et al. ha risposto in forma di commento ufficiale su JAMA Oncology il dott. Yakup Ergun (Turchia), che, pur condividendo l’allarme lanciato dagli autori, ha richiamato l’attenzione sul valore democratizzante dei social media, in particolare per i giovani ricercatori e per gli specialisti attivi in Paesi a basso e medio reddito (LMIC). Secondo Ergun, l’editoria scientifica tradizionale continua a essere dominata da reti elitarie e da barriere strutturali all’accesso, mentre i social rappresentano spesso l’unico spazio dove diffondere e discutere evidenze cliniche locali, stimolare il confronto internazionale e costruire reti di mentoring e collaborazione al di fuori delle logiche accademiche dominanti.

Nel dibattito acceso dall’articolo di Giusti et al., un elemento ricorrente nei commenti — in particolare in quelli di Yakup Ergun e Amol Akhade — riguarda le barriere strutturali che ostacolano la piena partecipazione dei ricercatori provenienti da LMIC ai grandi eventi scientifici internazionali e alla produzione accademica ad alto impatto. Come ha sottolineato Akhade, mentre per molti colleghi degli Stati Uniti o dell’Europa accedere a congressi come quello dell’American Socitety of Clinical Oncology (ASCO) o dell’European Society for Medical Onocology (ESMO) è una possibilità relativamente agevole, favorita da visti rapidi, fondi istituzionali e inserimento stabile in reti accademiche, per un oncologo attivo in India, Kenya, Brasile o Filippine lo stesso percorso può essere segnato da ostacoli quasi insormontabili.

Ottenere un visto può rivelarsi un’impresa fallimentare, i finanziamenti per viaggi o iscrizioni sono spesso assenti, e l’accesso a gruppi di lavoro, comitati di linee guida o riviste ad alto impatto è limitato da paywall o da meccanismi di selezione informale che privilegiano reti preesistenti e capitali accademici consolidati. In questo contesto, i social media non rappresentano uno strumento secondario o opzionale, bensì un canale fondamentale — talvolta l’unico disponibile — per accedere alla medicina basata sulle evidenze, condividere esperienze cliniche, confrontarsi con pari grado e contribuire al dibattito scientifico globale.

Akhade ha raccontato come, in queste circostanze, la scelta di commentare una sperimentazione clinica o condividere un’innovazione locale non nasce dal desiderio di visibilità personale, ma dal bisogno di far sentire la propria voce, di affermare la validità del proprio lavoro, e di costruire connessioni scientifiche che non sarebbero altrimenti possibili. È attraverso queste reti informali che, secondo Akhade, si genera una conoscenza autenticamente globale, capace di includere prospettive diverse e arricchire la pratica clinica nei diversi contesti.

Akhade pur riconoscendo il rischio di derive opportunistiche, ha rivendicato il valore delle reti informali come OncoWisdom, una rete in crescita e diversificata di oncologi di tutti i continenti che si riuniscono non per attirare l’attenzione, ma per condividere conoscenze, discutere i dati delle sperimentazioni, contestualizzarne l’applicabilità e mettendo in discussione le ipotesi, con reciproco rispetto e basi scientifiche.

Sul versante opposto, Brian Shields — fondatore della piattaforma di analisi KOL Pulse — ha ribadito i rischi di una “classifica implicita” degli oncologi sulla base delle performance social, che può spostare l’attenzione dal contenuto al contenitore. Le classifiche di visibilità, secondo Shields, ridefiniscono subdolamente il valore del contributo scientifico, disincentivano la critica e premiano chi meglio conosce le logiche della viralità piuttosto che chi fornisce analisi metodologicamente robuste. In quest’ottica, la questione non è se usare o meno i social, ma come farlo responsabilmente, interrogandosi sempre se un post contribuisce alla costruzione di conoscenza oppure aggiunge solo “rumore”.

A fronte di questa complessità, Giusti e colleghi concludono il loro intervento con un appello alle società scientifiche affinché elaborino linee guida condivise per un uso etico e accurato dei social media nella comunicazione scientifica, colmando le lacune normative esistenti. Invocano anche l’integrazione dell’alfabetizzazione digitale nella formazione dei medici, per rafforzare le competenze di valutazione critica e promuovere un comportamento online più consapevole.

La posta in gioco, sottolineano, è alta: in un’epoca in cui la fiducia nei confronti della medicina si gioca anche sul piano della comunicazione, preservare il rigore scientifico significa proteggere non solo la qualità dell’informazione, ma anche la sicurezza e le aspettative dei pazienti.

Fonte:

Giusti R, Daniele G, Loupakis F. The Role of Social Media in Fueling Bias in Oncology. JAMA Oncol. 2025 Jul 1;11(7):683-684. doi: 10.1001/jamaoncol.2025.0617. PMID: 40272830.

Press-release dei trial oncologici sponsorizzati dall’industria: uno studio ne analizza le caratteristiche e le criticità

Un’analisi sistematica pubblicata recentemente sul Journal of Cancer Policy ha messo criticamente in luce le caratteristiche, i tempi e gli impatti finanziari delle press release (PR) diffuse dalle aziende farmaceutiche in relazione ai trial clinici oncologici su tumori solidi. Lo studio, condotto da un team multidisciplinare italiano guidato da Anna Amela Valsecchi e Massimo Di Maio, ha esaminato 157 comunicati stampa pubblicati tra il 2018 e il 2022 dai primi 20 gruppi farmaceutici mondiali per fatturato oncologico, con l’obiettivo di descriverne il contenuto, valutarne i tempi di diffusione rispetto alla presentazione scientifica, alla pubblicazione e all’approvazione regolatoria, e stimarne l’impatto sul mercato azionario.

Il dato più rilevante emerso è la prevalenza di comunicati stampa privi di dettagli quantitativi: tra le 117 PR che annunciavano il raggiungimento dell’endpoint primario del trial (pari al 74,5% del totale), solo il 12,8% forniva risultati numerici (hazard ratio, tassi di risposta, sopravvivenza mediana ecc.), mentre l’87,2% si limitava a dichiarazioni generiche, spesso arricchite da aggettivazioni di valore (“opzione terapeutica innovativa”, “risultati incoraggianti”) volte a enfatizzare la rilevanza clinica dei dati.

Soltanto 11 di queste PR riportavano espliciti riferimenti a una futura presentazione congressuale e una sola citava una pubblicazione scientifica già pianificata. Tuttavia, tutte le 117 PR relative a risultati positivi sono poi state effettivamente seguite da presentazioni in congressi scientifici, prevalentemente ESMO e ASCO, con un intervallo mediano tra PR e meeting di 3,1 mesi. Il tempo mediano tra PR e pubblicazione su rivista peer-reviewed è stato di 8 mesi (7,7 mesi per le PR prive di dati numerici), con punte superiori ai 6 mesi nel 65% dei casi. Le riviste più frequentemente coinvolte sono state il New England Journal of Medicine (54 pubblicazioni), The Lancet e Journal of Clinical Oncology.

A livello regolatorio, dopo un follow-up mediano di 48 mesi, il 78,6% delle indicazioni annunciate come positive è stato approvato dalla FDA e il 74,4% dall’EMA. Il tempo mediano dall’emissione della PR all’approvazione regolatoria è stato pari a 10 mesi per la FDA e 15,9 mesi per l’EMA, confermando la maggiore rapidità dell’agenzia statunitense già documentata in letteratura. Nonostante ciò, nel 21,4% e 25,6% dei casi, rispettivamente, l’annuncio di esito positivo non ha condotto, entro i tempi di osservazione, ad alcuna approvazione.

L’analisi finanziaria, condotta su 125 PR per le quali erano disponibili dati di borsa, ha evidenziato una reazione mediamente neutra: solo il 4,8% degli eventi ha determinato variazioni statisticamente significative nei prezzi azionari (metà positive e metà negative), con un ritorno anomalo cumulativo medio dello 0,6%. Le PR contenenti riferimenti a “terapie innovative” o “approvazioni regolatorie” hanno prodotto un impatto leggermente superiore rispetto a quelle senza questi elementi, ma comunque limitato. È interessante notare che le PR dal tono neutro (senza enfasi) sono risultate associate a una risposta media più marcata (+2,7%) rispetto a quelle dal tono positivo (+0,5%).

L’articolo evidenzia come la diffusione precoce e incompleta dei risultati dei trial possa creare false aspettative tra pazienti, clinici e investitori. La pubblicazione delle PR spesso precede di mesi la disponibilità dei dati completi, con un impatto potenzialmente negativo sulla qualità dell’informazione scientifica e sulla fiducia nel processo di sviluppo dei farmaci. Viene sottolineata la discrezionalità delle aziende nella gestione della comunicazione, favorita anche dall’assenza di normative rigorose in materia di disclosure nei confronti degli investitori, e si richiama la necessità di maggiore trasparenza, tempestività e rigore nella diffusione dei dati clinici, soprattutto in un ambito delicato come l’oncologia, dove le decisioni terapeutiche devono basarsi su evidenze complete e affidabili.

Lo studio si distingue per la sua ampiezza (20 aziende analizzate), l’approccio metodologico rigoroso e la novità di alcune metriche (es. tempo alla presentazione congressuale), ma riconosce alcuni limiti: l’esclusione dei trial su tumori ematologici e delle PR emesse da aziende minori può ridurre la generalizzabilità dei risultati. Gli autori concludono con un richiamo etico, sottolineando che la comunicazione scientifica in ambito oncologico, se gestita con finalità di marketing o con eccessivo ottimismo, rischia di compromettere la qualità delle cure e la credibilità della ricerca.

Fonte:


Valsecchi AA, Conte C, Fiore NM, Iacovino ML, Ierace D, Galeasso L, Paganoni E, Ciani O, Perrone F, Di Maio M. Press releases of industry-sponsored clinical trials in oncology: Characteristics, timing and financial impact. J Cancer Policy. 2025 Apr 21;44:100587.

Valutare la letteratura scientifica che coinvolge l’intelligenza artificiale: un approccio pratico

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale (AI) in sanità, la produzione scientifica che riguarda algoritmi, reti neurali, modelli predittivi e supporti decisionali digitali è letteralmente esplosa. Ma come può un medico oggi valutare in modo critico un articolo scientifico che dichiara di aver “utilizzato l’intelligenza artificiale” per fare diagnosi, predire eventi, o migliorare decisioni terapeutiche e capire se sia solido, utile e applicabile nella pratica clinica?

A queste domande risponde l’articolo pubblicato su BMJ Medicine da Paul Dijkstra, Trisha Greenhalgh e colleghi, che propone una vera e propria guida metodologica alla lettura critica di articoli che includono l’uso di tecnologie di AI. Il lavoro parte dal presupposto che, sebbene l’IA stia già modificando profondamente la pratica clinica, restano aperti interrogativi fondamentali su sicurezza, trasparenza, equità e validità scientifica degli studi che la riguardano.

Il documento si concentra soprattutto su quegli articoli che descrivono sistemi di supporto decisionale basati sull’AI, come quelli che aiutano a formulare diagnosi o suggerire trattamenti. Gli autori non si limitano a una descrizione tecnica, ma pongono l’accento su ciò che davvero conta per il clinico: l’affidabilità dell’algoritmo, la qualità dei dati su cui è stato addestrato, la chiarezza delle finalità cliniche e soprattutto il ruolo dell’essere umano nell’interazione con la macchina.

Tra i passaggi più significativi, spicca la proposta di dieci domande guida da porsi ogni volta che si legge un articolo di questo tipo. Alcuni esempi: Lo studio ha un disegno metodologico adeguato? L’obiettivo clinico dell’AI è ben definito? I dati utilizzati sono rappresentativi e completi? Sono state considerate possibili fonti di errore o bias? Sono disponibili il codice e i dati? Non si tratta di una semplice checklist, ma di un approccio critico che spinge a chiedersi, ad esempio, se lo studio abbia rispettato standard metodologici rigorosi, se l’IA sia stata utilizzata con consapevolezza clinica, o se siano stati considerati gli errori e i possibili danni derivanti da un uso scorretto del sistema.

Lo studio evidenzia anche alcuni problemi ormai noti ma ancora troppo spesso sottovalutati:

  • Bias nei dati di addestramento, che possono tradursi in disuguaglianze cliniche;
  • Data leakage, ovvero il riutilizzo inconsapevole di dati noti che altera i risultati;
  • Data poisoning, fenomeno emergente che vede i dataset corrotti da informazioni errate;
  • Allucinazioni, ovvero la generazione da parte dell’IA di contenuti errati ma convincenti, soprattutto nei modelli linguistici (LLM) come GPT.

Il rischio più grande? Scambiare l’efficienza per accuratezza, o l’apparente neutralità per oggettività scientifica.

Un altro merito dell’articolo è quello di richiamare con forza l’importanza di un approccio etico e interdisciplinare all’IA in sanità. Richiamandosi ai sei principi dell’OMS sull’etica dell’IA, gli autori ricordano che nessun algoritmo dovrebbe mai sostituire il giudizio clinico, né aggirare i valori fondanti della relazione medico-paziente: trasparenza, autonomia, inclusività.

Inoltre, il paper evidenzia l’importanza della valutazione post-implementazione, che spesso manca. Anche un sistema IA che funziona bene in fase di test può rivelarsi inadeguato una volta introdotto in ambienti clinici reali, dove cambiano i pazienti, gli operatori e i contesti decisionali.

Infine, il lavoro invita la comunità medica a non delegare passivamente la valutazione di queste tecnologie a informatici o aziende. Al contrario, medici, pazienti, ricercatori e sviluppatori devono collaborare sin dalle fasi iniziali nella costruzione, valutazione e implementazione dell’IA. Solo così si potranno evitare “monoculture della conoscenza” e si potrà costruire un’IA realmente al servizio della salute

Fonte:

Dijkstra P, Greenhalgh T, Mekki YM, Morley J. How to read a paper involving artificial intelligence (AI). BMJ Medicine 2025; 4: e001394.

Un aggiornamento sugli effetti dei probiotici nella gestione del diabete di tipo 2 e della intolleranza glucidica

Negli ultimi anni, l’interesse per il ruolo del microbioma intestinale nelle malattie metaboliche è cresciuto significativamente, portando all’esplorazione di strategie terapeutiche alternative, tra cui l’impiego di probiotici. Un recente studio pubblicato su Diabetes, Obesity and Metabolism (1) ha esaminato le evidenze provenienti da trial clinici randomizzati (RCT) per valutare l’efficacia dei probiotici nella regolazione del metabolismo glucidico e nella modulazione dell’infiammazione sistemica nei pazienti con alterata tolleranza al glucosio (IGT) e diabete di tipo 2 (T2DM).

Dai risultati emerge un potenziale beneficio derivante dall’uso di specifici ceppi probiotici nella riduzione dei livelli di glicemia e di marker infiammatori, sebbene le evidenze rimangano eterogenee e non conclusive.

L’infiammazione cronica rappresenta un elemento centrale nella patogenesi del diabete di tipo 2, contribuendo alla resistenza insulinica attraverso la produzione di citochine pro-infiammatorie, tra cui TNF-α, IL-6 e la proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP).

Secondo gli autori, i probiotici potrebbero migliorare la funzione intestinale e ridurre l’infiammazione sistemica attraverso diversi meccanismi, tra cui il rafforzamento della barriera intestinale, la riduzione della traslocazione batterica e la modulazione della produzione di citochine antinfiammatorie come l’IL-10.

L’analisi degli RCT disponibili ha evidenziato risultati contrastanti, con alcune sperimentazioni che riportano miglioramenti significativi del controllo glicemico e della risposta infiammatoria, mentre altre non hanno riscontrato effetti rilevanti. Alcuni studi hanno evidenziato una riduzione dei livelli di HbA1c e glicemia a digiuno nei pazienti trattati con specifici ceppi di Lactobacillus e Bifidobacterium, associata a un calo dei marker infiammatori sistemici. In particolare, il ceppo Lactobacillus plantarum OLL2712 ha mostrato un incremento della produzione di IL-10, correlato a un miglioramento del controllo glicemico.

Altri studi hanno riportato effetti più modesti, con riduzioni della glicemia non statisticamente significative o benefici che si attenuavano dopo la sospensione del trattamento probiotico. La variabilità dei risultati potrebbe essere attribuita a fattori come la durata della malattia diabetica, la concomitanza di trattamenti farmacologici (in particolare metformina, che influenza il microbioma intestinale) e differenze interindividuali nella composizione del microbioma stesso. Inoltre, la maggior parte degli studi analizzati ha una durata limitata (inferiore a 12 mesi), il che non consente di trarre conclusioni definitive sugli effetti a lungo termine.

Sebbene gli autori abbiano utilizzato esclusivamente dati provenienti da studi randomizzati, è necessario considerare alcuni limiti metodologici. La variabilità nei ceppi utilizzati, la mancanza di standardizzazione delle dosi e la possibile influenza di fattori confondenti rendono difficile stabilire un’efficacia chiara e riproducibile dei probiotici nella gestione del diabete di tipo 2. Inoltre, la presenza di studi con disegni sperimentali differenti e la ridotta numerosità campionaria di alcune sperimentazioni limitano la generalizzabilità dei risultati.

Un ulteriore aspetto da considerare è il potenziale conflitto di interesse. L’autore principale, Takayuki Toshimitsu, è un dipendente della Meiji Co., Ltd., azienda attiva nella produzione di probiotici, mentre Junichiro Irie ha ricevuto finanziamenti di ricerca dalla Meiji Holdings Co., Ltd.

L’uso di probiotici nel trattamento dell’intolleranza al glucosio e del diabete di tipo 2 appare promettente, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia, grazie alla loro capacità di modulare l’infiammazione e migliorare la funzione della barriera intestinale. Tuttavia, i dati attuali non sono sufficienti per raccomandarne un utilizzo sistematico nella pratica clinica.Per validare il ruolo dei probiotici come intervento terapeutico, saranno necessari studi di maggiore durata, con campioni più ampi e una rigorosa standardizzazione dei protocolli di somministrazione. In particolare, sarà fondamentale valutare l’efficacia dei probiotici in pazienti naïve da terapia ipoglicemizzante e stabilire se la loro azione sia sostenibile nel lungo periodo o se richieda una somministrazione continuativa.

In attesa di ulteriori evidenze, l’impiego dei probiotici nei pazienti con diabete di tipo 2 dovrebbe essere considerato con cautela e limitato a contesti di ricerca clinica controllata.

Fonte:

Toshimitsu T, Irie J. An update and overview of the various health-related benefits of probiotics: A focus on clinical trials demonstrating efficacy, tolerability and use in patients with impaired glucose tolerance and type 2 diabetes. Diabetes Obes Metab. 2025 Feb 24. doi: 10.1111/dom.16273

Approvazione accelerata di farmaci oncologici: quanto contano velocità e beneficio clinico per i pazienti?

Le approvazioni accelerate della FDA (Food and Drug Administration) mirano a garantire un accesso più rapido a farmaci oncologici potenzialmente innovativi, spesso basandosi su dati preliminari provenienti da endpoint surrogati, come la progressione libera da malattia. Tuttavia, l’assenza di evidenze consolidate sul beneficio in termini di sopravvivenza globale solleva interrogativi sull’equilibrio tra la velocità di accesso e la certezza dei risultati clinici. Ad oggi, oltre la metà dei farmaci oncologici approvati con questa modalità non ha dimostrato di prolungare la sopravvivenza globale o di migliorare la qualità della vita, comportando un rischio di tossicità per i pazienti senza vantaggi comprovati.

Uno studio recentemente pubblicato su The Lancet Oncology ha analizzato in profondità il compromesso tra rapidità di accesso e certezza del beneficio clinico, esplorando le preferenze di 870 adulti statunitensi con esperienza personale o familiare di cancro. I partecipanti sono stati chiamati a simulare decisioni terapeutiche ipotetiche, confrontando due nuovi farmaci sperimentali con trattamenti standard disponibili. Le scelte si basavano su attributi specifici, tra cui l’aspettativa di vita, lo stato funzionale, la certezza del beneficio di sopravvivenza, l’effetto sugli endpoint surrogati e il tempo di attesa per l’approvazione dei farmaci.

Dallo studio emerge una forte preferenza per farmaci che offrano una maggiore certezza del beneficio di sopravvivenza, anche a fronte di tempi di attesa più lunghi per l’approvazione. I partecipanti, infatti, hanno dichiarato di essere disposti ad attendere fino a 22 mesi per ottenere evidenze solide sulla capacità di un farmaco di prolungare la vita, mentre con evidenze moderate il tempo di attesa accettabile si riduceva a circa 16 mesi e a 8 mesi con evidenze deboli. Questo risultato contrasta con l’idea diffusa secondo cui i pazienti preferiscano un accesso immediato a terapie potenzialmente utili, anche in assenza di dati definitivi.

Nonostante questa disponibilità ad attendere per maggiore certezza, la rapidità di accesso non è irrilevante: l’introduzione di un ritardo di un anno nell’approvazione era percepita in modo negativo, soprattutto dai gruppi più vulnerabili. Persone di età superiore a 55 anni, individui con redditi inferiori a 40.000 dollari annui e appartenenti a gruppi etnici non caucasici si sono dimostrati particolarmente sensibili ai tempi di attesa, così come coloro con prospettive di vita più limitate sotto trattamento standard. Al contrario, pazienti con una migliore qualità di vita iniziale o aspettative di vita più lunghe tendevano ad accettare ritardi più significativi per ottenere maggiore certezza.

Un dato particolarmente rilevante è l’apparente irrilevanza degli endpoint surrogati, come la progressione libera da malattia, nel determinare le scelte dei partecipanti. Anche quando un farmaco dimostrava di rallentare significativamente la crescita tumorale, i pazienti non lo consideravano prioritario se mancavano prove solide che tale beneficio si traducesse in un miglioramento della sopravvivenza complessiva. Questo risultato mette in discussione la validità di utilizzare endpoint surrogati come base per approvazioni accelerate, un approccio che, sebbene finalizzato a soddisfare bisogni urgenti, rischia di introdurre farmaci con benefici clinici incerti.

Le implicazioni di questi risultati sono profonde, soprattutto considerando l’influenza globale delle decisioni della FDA. Il modello delle approvazioni accelerate, spesso adottato anche da agenzie regolatorie internazionali, potrebbe necessitare di una revisione per bilanciare meglio velocità di accesso e certezza dei benefici clinici. Lo studio suggerisce che i pazienti non rappresentano un gruppo omogeneo: mentre alcuni accolgono con favore l’accesso immediato, altri, soprattutto quelli con prognosi meno gravi, preferiscono attendere per ottenere farmaci con benefici comprovati. Inoltre, l’attuale focus sugli endpoint surrogati potrebbe non rispecchiare le priorità dei pazienti, che attribuiscono maggiore importanza alla sopravvivenza e alla qualità della vita.

In conclusione, lo studio evidenzia che l’idea di un compromesso universale tra accesso rapido e certezza dei benefici non rispecchia le preferenze della popolazione oncologica. Una maggiore attenzione alle reali necessità e priorità dei pazienti, supportata da evidenze, potrebbe guidare regolatori, medici e aziende farmaceutiche verso un approccio più equilibrato, in grado di ottimizzare i benefici per i pazienti senza sacrificare la qualità delle decisioni terapeutiche.

Sovratrattamento del carcinoma prostatico in uomini con aspettativa di vita limitata: dati e riflessioni nell’era della sorveglianza attiva

Un “invited commentary” pubblicato su JAMA Internal Medicine sottolinea alcune importanti tematiche emerse dallo studio di Daskivich et al., che ha analizzato un’ampia coorte di uomini del Veterans Affairs Health System sulla preoccupante tendenza al sovratrattamento del carcinoma prostatico in uomini con aspettativa di vita limitata. I dati, raccolti tra il 2000 e il 2019 su 243.928 individui, mettono in luce come, nonostante le linee guida scoraggino trattamenti aggressivi in pazienti con aspettativa di vita inferiore a 10 anni, il sovratrattamento persista, in particolare nei casi di malattia a rischio intermedio e alto.
La ricerca si è focalizzata sull’evoluzione delle pratiche terapeutiche nell’era della sorveglianza attiva, stimando l’aspettativa di vita con il Prostate Cancer Comorbidity Index (PCCI). Gli uomini con aspettativa di vita inferiore a 10 anni e malattia a rischio da basso a intermedio, e quelli con aspettativa di vita inferiore a 5 anni e malattia ad alto rischio, sono stati considerati a rischio di sovratrattamento, se sottoposti a interventi chirurgici o radioterapici.

Nell’arco di tempo considerato dallo studio, la proporzione di pazienti trattati con chirurgia e radioterapia è diminuita per la malattia a basso rischio (dal 37,4% al 14,7%; -22,7%), ma è aumentata per la malattia a rischio intermedio (dal 37,6% al 59,8%; +22,1%).

Per i pazienti con aspettativa di vita inferiore a 5 anni e tumore ad alto rischio, il tasso di trattamenti aggressivi è salito significativamente (dal 17,3% al 46,5%; +29,3%). La radioterapia è risultata il trattamento predominante (questo perché la maggior parte degli uomini con un’aspettativa di vita limitata presentava multimorbilità ed era poco candidabile alla chirurgia).

Gli autori del commento sottolineano che il carcinoma prostatico localizzato raramente causa sintomi e che l’eccessiva enfasi posta sullo screening PSA (antigene prostatico specifico) nei pazienti con aspettativa di vita limitata distrae dall’attenzione verso comorbilità più significative. L’overscreening inoltre comporta rischi tangibili, tra cui disfunzioni intestinali, vescicali e sessuali legate alla radioterapia, che rimane, come abbiamo detto, la modalità più utilizzata in questi pazienti.

Per arginare il fenomeno del sovratrattamento del carcinoma prostatico in uomini con aspettativa di vita limitata, è essenziale adottare un approccio integrato e multidimensionale, sostengono gli autori. La stima accurata dell’aspettativa di vita deve diventare parte integrante dei flussi di lavoro clinici, attraverso l’utilizzo di strumenti validati come ePrognosis, che possono supportare i medici nella personalizzazione delle decisioni terapeutiche. Parallelamente, è cruciale migliorare la comunicazione con i pazienti: “Le parole utilizzate per discutere l’aspettativa di vita in relazione all’interruzione dello screening e all’evitamento di trattamenti aggressivi sono fondamentali. I pazienti presentano preferenze diverse riguardo alla condivisione di informazioni sull’aspettativa di vita, e alcuni potrebbero non voler affrontare questo argomento”. La discussione andrebbe quindi centrata sulle priorità di salute generale, evidenziando come uno screening o un trattamento aggressivo possano distogliere l’attenzione da problemi più impattanti.

Un cambiamento sistemico è necessario per sostenere i medici, che devono essere adeguatamente supportati nel condurre discussioni complesse e potenzialmente sensibili, tenendo conto del tempo e della delicatezza richiesti per affrontare temi di questo tipo. È altrettanto importante avviare un’educazione pubblica che riduca il timore radicato verso il cancro, promuovendo una comprensione razionale dei rischi legati alla sovradiagnosi e al sovratrattamento, che spesso risultano sottovalutati dai pazienti. Questo approccio combinato, che integra strumenti prognostici, comunicazione efficace e interventi strutturali, è fondamentale per affrontare le criticità della gestione del carcinoma prostatico e per concentrare le cure mediche su ciò che realmente migliora la qualità di vita dei pazienti.

Fonti:

 

Autolesionismo negli adolescenti e social media: i risultati della Commission del Lancet

L’autolesionismo negli adolescenti rappresenta un fenomeno di crescente rilevanza per la salute pubblica, come evidenziato dalla recente Commission del Lancet: secondo i risultati pubblicati, ogni anno si verificano almeno 14 milioni di episodi di autolesionismo a livello globale, con un tasso di circa 60 per 100.000 persone. Tuttavia, questi dati rappresentano probabilmente una sottostima, poiché molti casi non vengono riportati o sfuggono alla sorveglianza medica. Le indagini condotte nelle scuole e nelle comunità rivelano una prevalenza di autolesionismo nell’arco della vita del 3% negli adulti e del 14% nei bambini e adolescenti, con tassi più elevati tra le donne e nelle persone al di sotto dei 25 anni.

L’adolescenza è infatti un periodo di profondi cambiamenti, non solo a livello biologico e neuropsicologico, ma anche sociale e ambientale. È durante questa fase di transizione che spesso emergono i primi segnali di problemi di salute mentale e comportamenti a rischio. Le crescenti pressioni dovute ai cambiamenti climatici, alle crisi economiche e alle difficoltà sociali, acuite dalla pandemia di COVID-19, hanno intensificato lo stress per i giovani. A ciò si aggiungono i rapidi mutamenti tecnologici e l’onnipresenza dei social media, che giocano un ruolo complesso e controverso in questa dinamica.

Uno dei dati più preoccupanti emersi dall’articolo del Lancet è che i giovani tendono a non cercare aiuto da professionisti sanitari, preferendo rivolgersi a familiari, amici o a risorse online. Tra le motivazioni di questa scelta vi è lo stigma associato all’autolesionismo, oltre a barriere strutturali quali i costi, l’accesso limitato ai servizi di salute mentale e le preoccupazioni relative alla privacy.

I social media, per molti adolescenti, rappresentano quindi un canale fondamentale per condividere esperienze, cercare supporto e connettersi con coetanei che affrontano situazioni simili. Tuttavia, possono anche avere effetti negativi, soprattutto quando i contenuti pubblicati sono di natura esplicita o angosciante. Casi riportati dai media hanno evidenziato episodi in cui il cyberbullismo o la diffusione virale di contenuti dannosi ha contribuito all’autolesionismo di giovani utenti, suscitando preoccupazione soprattutto tra i genitori.

Secondo le ultime evidenze, il 36% degli adolescenti dichiara di avere contatti continui con altre persone attraverso piattaforme online, e circa l’11% mostra sintomi di un uso patologico dei social media, caratterizzati da sintomi di astinenza, ansia e umore depresso quando non possono accedervi. Questa dipendenza digitale ha portato a un dibattito sempre più acceso sui possibili rischi di esposizione prolungata ai social media per la salute mentale degli adolescenti. Sebbene alcune meta-analisi abbiano evidenziato deboli associazioni tra l’uso dei social media e la depressione, non è stato stabilito un nesso causale diretto.

Le dinamiche neurobiologiche che caratterizzano l’adolescenza rendono i giovani particolarmente vulnerabili ai fattori esterni. Durante questa fase della vita, il cervello subisce processi di rimodellamento sinaptico e potatura neuronale che lo rendono altamente malleabile. Al contempo, gli adolescenti devono gestire nuove identità e responsabilità, spesso senza una guida chiara su come affrontare l’ambiente digitale.

L’esposizione massiccia e prolungata ai contenuti dei social media, inclusi quelli pubblicitari relativi ad alcolici, cibo spazzatura, gioco d’azzardo, vaping, solleva preoccupazioni sul possibile impatto che queste influenze possano avere sul benessere psicologico e sul comportamento degli adolescenti. Gli algoritmi che regolano i contenuti sui social media sono poi progettati per massimizzare il tempo di permanenza online, creando una trappola che può portare i giovani utenti a trascurare attività quotidiane e relazioni interpersonali.

Nonostante la crescente preoccupazione, la ricerca non ha però ancora fornito risultati conclusivi sull’impatto dei social media sulla salute mentale. La Commission del Lancet sottolinea infatti che, sebbene i tassi di autolesionismo e di malattie mentali siano aumentati negli ultimi 15 anni in concomitanza con la diffusione dei social media, questo periodo è stato caratterizzato anche da altri fattori esterni significativi. L’aumento delle disuguaglianze sociali, la precarietà economica e i cambiamenti climatici, così come i conflitti geopolitici, potrebbero essere fattori altrettanto importanti nel determinare il disagio psicologico giovanile.

Nonostante la crescente preoccupazione, la ricerca non ha però ancora fornito risultati conclusivi sull’impatto dei social media sulla salute mentale. La Commission del Lancet sottolinea infatti che, sebbene i tassi di autolesionismo e di malattie mentali siano aumentati negli ultimi 15 anni in concomitanza con la diffusione dei social media, questo periodo è stato caratterizzato anche da altri fattori esterni significativi. L’aumento delle disuguaglianze sociali, la precarietà economica e i cambiamenti climatici, così come i conflitti geopolitici, potrebbero essere fattori altrettanto importanti nel determinare il disagio psicologico giovanile.

Moran P, Chandler A, Dudgeon P, et al. The Lancet Commission on self-harm. Lancet. October 12, 2024;404(10461):1445-1492. doi: 10.1016/S0140-6736(24)01121-8.

L’impatto ambientale dei farmaci: una sfida urgente per la salute pubblica e la sostenibilità

Nel panorama attuale della ricerca scientifica e della pratica clinica, l’interconnessione tra la salute umana, animale e ambientale è diventata sempre più evidente. Ma le implicazioni dell’impatto dei farmaci “oltre” il corpo umano sono ancora troppo spesso sottovalutate. Le sostanze farmacologiche possono infatti trasformarsi in contaminanti ambientali con conseguenze imprevedibili per gli ecosistemi e, a lungo termine, per la stessa salute umana.

I residui dei farmaci, espulsi attraverso urine e feci, finiscono nei sistemi di trattamento delle acque reflue, i quali, nonostante i progressi tecnologici, non sono sempre in grado di eliminare completamente questi composti. Di conseguenza, tracce di farmaci sono state rilevate in numerosi corsi d’acqua in tutto il mondo, dai fiumi più iconici come il Mississipi e il Rio delle Amazzoni, fino a bacini idrici meno noti ma altrettanto significativi per la biodiversità locale.

Un recente articolo pubblicato su Nature Sustainability (1) ripercorre alcuni dei casi più eclatanti della presenza dei farmaci nei corsi d’acqua in concentrazioni sufficienti a causare alterazioni biologiche negli organismi acquatici: gli estrogeni contenuti nei contraccettivi orali, ad esempio, possono provocare fenomeni di femminilizzazione nei pesci e negli anfibi, compromettendo la riproduzione di queste specie e alterando l’equilibrio degli ecosistemi acquatici.

Allo stesso modo, antidepressivi come la fluoxetina sono stati collegati a cambiamenti nel comportamento alimentare e sociale di pesci e invertebrati, con effetti a cascata sulle reti trofiche.

Il concetto di “One Health”, che riconosce l’interdipendenza tra salute umana, animale e ambientale, emerge come un modello fondamentale per affrontare la complessità della contaminazione farmaceutica. Un ecosistema in equilibrio è essenziale per la salute pubblica: la riduzione della biodiversità e gli squilibri ecologici derivanti dalla contaminazione da farmaci possono avere ripercussioni dirette e indirette sulla salute umana.

Per questo motivo, a livello europeo, l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha introdotto l’obbligo di valutazione del rischio ambientale per i nuovi farmaci dal 2006, ma per i farmaci già esistenti i dati disponibili sono estremamente limitati. Solo una minima parte dei principi attivi registrati all’EMA ha informazioni sufficienti per una valutazione completa degli effetti ecotossicologici e dell’esposizione ambientale. Questo rappresenta un grave limite per la gestione del rischio associato alla diffusione di queste sostanze nell’ambiente.

E ancora, come riportato in un recente articolo del BMJ (2), la produzione, il confezionamento e la distribuzione dei farmaci rappresentano, secondo le stime, il 12% dell’impronta di carbonio globale dell’assistenza sanitaria e nonostante i costi della produzione e dell’approvvigionamento in termini di emissioni di carbonio, il considerevole onere finanziario per i sistemi sanitari e le continue sfide legate alla carenza di farmaci, alcuni medicinali finiscono per entrare nel flusso dei rifiuti come prodotti scaduti o inutilizzati, contribuendo all’inquinamento degli ecosistemi e alla resistenza antimicrobica, danni ambientali che sottolineano l’importanza di un uso razionale dei farmaci. Le soluzioni indicate dall’articolo (dall’ottimizzazione della tracciabilità dell’inventario, dello stoccaggio e della distribuzione fino al deprescribing) prevedono uno sforzo multidisciplinare, sistematico e integrato che parte dai farmacisti ospedalieri e coinvolge tutto il personale clinico fino ad arrivare ai pazienti stessi.

Anche in ambito clinico, il legame tra efficacia terapeutica e sostenibilità ambientale sta diventando sempre più rilevante. L’abuso di somministrazioni endovenose, quando esistono alternative orali altrettanto efficaci, non solo rappresenta un uso inefficiente delle risorse ma contribuisce anche all’aumento dei rifiuti ospedalieri, come sottolineato da un articolo de “Il punto”, progetto editoriale dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Torino.

Studi recenti hanno dimostrato che il passaggio dalla terapia endovenosa a quella orale, ove possibile, può ridurre significativamente l’impatto ambientale, senza compromettere l’efficacia clinica. La scelta della via di somministrazione, quindi, deve tenere conto non solo del benessere del paziente, ma anche delle implicazioni ambientali, in un’ottica di sostenibilità complessiva.

Per affrontare queste sfide, è necessaria una collaborazione stretta tra tutte le figure professionali coinvolte: produttori di farmaci, medici, farmacisti, infermieri, ingegneri ambientali e agenzie regolatorie. Solo attraverso un approccio coordinato è possibile ridurre l’impatto ambientale dei farmaci, ottimizzando al contempo la gestione delle terapie e la sicurezza dei pazienti.

Fonti:

“From Evidence to Policy”: la nuova serie di articoli del NEJM

Se i decisori sanitari non sono raggiunti dalle evidenze che derivano dalla ricerca clinica, il danno non è collegato soltanto alla potenziale mancata introduzione di un’innovazione nell’assistenza sanitaria.

Un possibile “effetto indesiderato”- possiamo chiamarlo così? – della distanza tra ricerca clinica e dirigenti sanitari è che, per la produzione di real world evidence, i decision maker sanitari dovrebbero permettere – se non favorire – l’introduzione precoce di nuovi interventi sanitari per poter generare nuove prove.

“Un maggiore coinvolgimento dei decisori sanitari nella generazione di evidenze – scrivono gli autori di un articolo uscito sul JAMA (1) – può giovare a tutti gli attori coinvolti nell’ecosistema dell’innovazione in medicina. L’importanza delle figure apicali della dirigenza sanitaria continuerà a crescere insieme al progressivo affermarsi della convinzione della necessità di aumentare l’integrazione tra cure e ricerca”.

A conferma di quanto sia importante l’implementazione dei risultati della ricerca nelle politiche sanitarie, il New England Journal of Medicine ha lanciato una nuova serie di articoli intitolata “From Evidence to Policy” (2). L’obiettivo dichiarato è quello di sintetizzare e rendere fruibili dai dirigenti sanitari i contenuti dei rapporti del National institute of medicine. Il primo articolo della serie è dedicato al long covid (3): è una messa a punto molto puntuale e sistematica delle evidenze oggi disponibili su una sindrome in certa misura discussa. Gli autori riconoscono che circa 5 mila decessi avvenuti negli Stati Uniti sono riconducibili a long covid e cercano di giungere a una definizione di questa condizione condivisa e basata sulle prove. “Ci auguriamo che la definizione elaborata insieme alla National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine 2024 – scrivono gli autori – faciliti la comunicazione tra i pazienti, come quelli descritti nei casi clinici (presenti nell’articolo, NdR), e con i familiari e i medici. Una definizione standard dovrebbe consentire un migliore monitoraggio del peso sanitario e sociale del long covid e facilitare la progettazione e la conduzione di studi clinici metodologicamente robusti che producano trattamenti migliori per questa e altre condizioni croniche associate alle infezioni virali. Soprattutto, speriamo che questa definizione contribuisca a un’assistenza empatica ed efficace per tutti i pazienti a cui viene diagnosticato il long covid.”

Fonti:

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