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Oltre il trauma: come la terapia EMDR aiuta la mente a guarire dal passato

La terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), sebbene possa apparire insolita a un primo impatto per via della pratica di muovere ritmicamente gli occhi seguendo le dita del terapeuta, secondo un articolo pubblicato sulla rivista Harvard Health Publishing, rappresenta oggi uno dei metodi più solidi e scientificamente validati per la cura dei traumi. Riconosciuta ufficialmente da istituzioni di prestigio come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’American Psychiatric Association, questa tecnica è nata alla fine degli anni ’80 grazie alla psicologa Francine Shapiro.

Inizialmente applicata a reduci di guerra e vittime di gravi abusi, l’EMDR ha dimostrato nel tempo un’efficacia straordinaria nel trattare il Disturbo da Stress Post-Traumatico, aiutando le persone a neutralizzare quei ricordi spaventosi che continuano a ripresentarsi in modo invalidante.

Il principio alla base di questo approccio è che i ricordi angoscianti non siano semplicemente “brutti pensieri”, ma informazioni archiviate in modo errato o “bloccate” nel cervello.

Durante una seduta, che solitamente dura tra i 60 e i 90 minuti, il professionista guida il paziente attraverso movimenti oculari ripetitivi che facilitano la rielaborazione di questi blocchi. Non si tratta solo di parlare del problema, come avviene nella psicoterapia tradizionale, ma di permettere alla mente di rielaborare attivamente l’evento negativo affinché smetta di generare sofferenza nel presente.

Negli ultimi anni, l’applicazione dell’EMDR si è estesa ben oltre il trauma classico. Ricerche recenti, comprese alcune pubblicate nel 2025, hanno evidenziato come questa terapia sia estremamente promettente anche per migliorare i sintomi dei disturbi di personalità, spesso legati a esperienze infantili avverse. Esperti del McLean Hospital di Harvard sottolineano infatti come l’EMDR funzioni efficacemente anche come supporto alla terapia tradizionale per affrontare ansia, depressione, dipendenze, disturbo ossessivo-compulsivo e persino il dolore cronico. In sintesi, è uno strumento prezioso non solo per chi ha vissuto catastrofi, ma per chiunque si trovi a fare i conti con eventi del passato che, pur non essendo classificati come grandi traumi, continuano a condizionare negativamente la vita quotidiana.

Fonte: Harvard Health Publishing

L’efficacia della dieta DASH contro l’ipertensione

Un recente articolo pubblicato su National Geographic Italia sostiene che la dieta DASH si presenta come l’antidoto scientifico alle mode alimentari passeggere, essendo un modello nutrizionale nato oltre trent’anni fa dalle ricerche del National Heart, Lung, and Blood Institute. Piuttosto che imporre restrizioni drastiche o eliminare interi gruppi alimentari, questo approccio si concentra sulla sostenibilità a lungo termine e sul nutrimento del corpo attraverso cibi integrali. La sua efficacia non è solo aneddotica ma clinicamente provata: i primi studi, infatti, hanno dimostrato riduzioni significative della pressione arteriosa in sole otto settimane, rendendola un pilastro affidabile nella medicina clinica.

Il cuore del suo funzionamento risiede in un duplice meccanismo che agisce sulla salute vascolare. Da un lato, la dieta abbatte drasticamente il consumo di sodio, riducendo così il volume plasmatico e la tensione sulle pareti arteriose. Dall’altro, promuove l’assunzione di minerali essenziali come potassio, magnesio e calcio, che lavorano in sinergia per rilassare i vasi sanguigni e migliorarne l’elasticità. A differenza di regimi più rigidi, la DASH ricorda molto la dieta mediterranea, privilegiando frutta, verdura, cereali integrali e proteine magre, limitando però con maggiore severità gli zuccheri aggiunti e i grassi saturi.

I benefici di questo regime superano tuttavia il semplice controllo dell’ipertensione, estendendosi alla salute metabolica e sistemica. L’abbondanza di fibre favorisce il benessere dell’intestino, migliora la sensibilità all’insulina e aiuta a gestire i livelli di colesterolo cattivo. Questi fattori contribuiscono a ridurre l’infiammazione cronica, offrendo protezione contro il diabete di tipo 2, le malattie cardiache e persino il declino cognitivo. È inoltre un supporto prezioso per la gestione del peso e per mitigare i sintomi della menopausa, grazie alla sua capacità di stabilizzare i livelli glicemici e migliorare l’umore.

Uno degli aspetti più interessanti della dieta DASH è la sua estrema accessibilità pratica, poiché non richiede prodotti speciali o abbonamenti costosi. Il segreto per adottarla con successo risiede nel compiere piccoli passi sostenibili, come sostituire uno snack confezionato con della frutta secca o integrare verdure surgelate, che sono economiche e altrettanto nutrienti come quelle fresche. In definitiva, la DASH non viene proposta come una soluzione rapida e temporanea, ma come un modo di mangiare flessibile e senza tempo, capace di nutrire l’organismo assecondando le sue reali necessità biologiche.

Fonte: National Geographic Italia

Tumori Pediatrici. Quarant’anni di progressi nella cura

Negli ultimi quarant’anni, la medicina oncologica pediatrica ha compiuto notevoli passi in avanti: la sopravvivenza a cinque anni è passata da poco più del 60% degli anni ’70 a quasi il 90% di oggi.

Secondo un articolo pubblicato sul magazine della Fondazione Umberto Veronesi questo straordinario traguardo è il risultato di due fattori principali:

  • l’adozione di protocolli specifici per l’età pediatrica
  • l’introduzione di farmaci a bersaglio molecolare e delle innovative cellule CAR-T.

Oggi molte neoplasie infantili presentano tassi di guarigione altissimi: carcinoma della tiroide (oltre il 99%), linfoma di Hodgkin (98%), retinoblastoma: (97%), gliomi cerebrali di basso grado (oltre il 94%), tumore di Wilms (92–93%), leucemia linfoblastica acuta (oltre il 91%).

Il cambio di paradigma risiede nella stratificazione del rischio. Non si utilizza più solo una chemioterapia generica, ma si modula l’intensità delle cure in base alle caratteristiche biologiche del tumore. L’obiettivo attuale è colpire i precisi meccanismi molecolari che alimentano la malattia. Le CAR-T sono il simbolo del progresso tecnologico in oncologia: si tratta di linfociti del paziente che vengono “istruiti” geneticamente per individuare e annientare con precisione le cellule maligne.

Il tisagenlecleucel, la prima terapia di questo tipo autorizzata in ambito pediatrico, ha segnato una svolta per i bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta recidivante. In casi clinici dove le cure tradizionali non offrivano più speranze, questa innovazione ha garantito remissioni durature. Infatti, il 60% dei pazienti è in vita a tre anni dal trattamento.

In sintesi: non è più solo un farmaco che attacca il tumore, ma è il sistema immunitario stesso che viene potenziato per diventare l’arma vincente.

Nonostante i successi, restano ancora tipologie di tumore difficili da trattare e una profonda disparità globale nell’accesso a queste cure avanzate.

Fonte: Fondazione Veronesi Magazine

Sovradiagnosi e social media: uno studio evidenzia il rischio di disinformazione sui test medici

Un recente studio pubblicato su JAMA Network Open ha analizzato il modo in cui i social media trattano cinque test diagnostici ampiamente pubblicizzati, evidenziando una predominanza di toni promozionali e una scarsa menzione dei rischi legati alla sovradiagnosi e all’uso eccessivo di test clinici. Questi risultati sollevano preoccupazioni sull’influenza della disinformazione nella pratica medica e sulla necessità di una regolamentazione più rigorosa.

La ricerca, condotta da Brooke Nickel e colleghi, ha valutato 982 post su Instagram e TikTok pubblicati tra il 2015 e il 2024, riguardanti cinque test diagnostici popolari:

  • Risonanza magnetica total-body (MRI)
  • Test per la diagnosi precoce multi-cancro (MCED)
  • Dosaggio dell’ormone antimulleriano (AMH)
  • Test del microbioma intestinale
  • Test per il testosterone

Questi test sono rivolti prevalentemente a persone asintomatiche e sono spesso proposti come strumenti di screening, nonostante la mancanza di solide evidenze sui benefici rispetto ai potenziali danni.

L’obiettivo dello studio era analizzare il contenuto dei post in termini di benefici, rischi, menzione della sovradiagnosi e uso di evidenze scientifiche, nonché valutare l’influenza del profilo degli autori sulla natura della comunicazione.

L’analisi dei contenuti ha rivelato una predominanza di post promozionali con una chiara sottorappresentazione dei potenziali rischi associati ai test. In sintesi:

  • L’87,1% dei post menzionava i benefici dei test, mentre solo il 14,7% riportava i possibili danni.
  • Solo il 6,1% dei post faceva riferimento al rischio di sovradiagnosi.
  • L’83,8% dei post aveva un tono promozionale, con il 50,7% che incoraggiava gli utenti a sottoporsi ai test.
  • Solo il 6,4% citava esplicitamente dati scientifici a supporto delle affermazioni.
  • Il 68% dei post proveniva da account con interessi finanziari diretti, come sponsorizzazioni o collaborazioni con aziende che commercializzano i test.
  • I post pubblicati da medici erano più propensi a menzionare i potenziali rischi (OR 4,49; 95% CI, 2,85-7,06) e meno inclini ad avere un tono promozionale (OR 0,53; 95% CI, 0,35-0,80).

Questi dati confermano che la promozione di test diagnostici sui social media tende ad enfatizzare i benefici, trascurando i rischi di falsi positivi, ansia ingiustificata, esami invasivi successivi e trattamenti inutili.

La sovradiagnosi rappresenta una delle principali criticità della medicina moderna, con impatti sia sul piano individuale che su quello sanitario. Secondo la letteratura, i test diagnostici possono portare ad identificare condizioni che non avrebbero mai causato sintomi o problemi clinici significativi nel corso della vita del paziente. Il fenomeno è particolarmente rilevante nei test di screening proposti al pubblico asintomatico, come quelli esaminati nello studio. Ad esempio le risonanze magnetiche total-body possono individuare alterazioni asintomatiche che portano a esami e trattamenti non necessari, i test MCED, non ancora approvati per lo screening di routine, potrebbero generare diagnosi e trattamenti non giustificati per tumori indolenti, il test dell’AMH è promosso come misura della fertilità femminile, sebbene non predica con certezza la possibilità di concepimento spontaneo, i test del microbioma intestinale vengono proposti per valutare lo stato di salute, ma la loro interpretazione clinica rimane incerta, e infine il test del testosterone viene spesso pubblicizzato per uomini asintomatici, aumentando il rischio di trattamenti ormonali inutili.

La promozione indiscriminata di questi test può quindi generare non solo una ricaduta negativa per i pazienti, esponendoli a terapie e preoccupazioni ingiustificate, ma anche un carico economico per i sistemi sanitari, distogliendo risorse da interventi realmente efficaci.

Lo studio suggerisce che i medici possono avere un ruolo cruciale nel contrastare la disinformazione: i post pubblicati da professionisti sanitari erano meno promozionali e più inclini a menzionare i potenziali rischi. Tuttavia, la loro presenza nei social media è ancora limitata rispetto agli account commerciali e agli influencer con interessi finanziari.

Alla luce di questi risultati, gli autori dello studio richiamano l’attenzione sulla necessità di una maggiore regolamentazione della pubblicità sanitaria sui social media, per prevenire la promozione ingannevole di test non validati. Auspicabili anche interventi educativi per il pubblico, al fine di migliorare la comprensione critica delle informazioni mediche online e un maggiore coinvolgimento dei professionisti sanitari nelle piattaforme digitali, per offrire un’informazione equilibrata e basata sulle evidenze.

Lo studio ha comunque alcune limitazione di cui è necessario tener conto: il bias dell’algoritmo (i post sono stati identificati utilizzando il sistema di classificazione di Instagram/TikTok, omettendo forse post rilevanti), non sono stati studiati i commenti e le interazioni, che potrebbero fornire ulteriori informazioni. Infine, escludendo i media più ampi, i risultati potrebbero non essere generalizzabili al di fuori dei social media.

Alcol e rischio oncologico: perché le etichette di avvertimento sono indispensabili. Il commento su The Lancet Public Health

Il consumo di alcol è riconosciuto come un fattore di rischio oncologico ormai da oltre tre decenni. Già l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e il World Cancer Research Fund/American Institute for Cancer Research avevano identificato una correlazione diretta tra alcol e diversi tipi di tumore, tra cui quelli della cavità orale, orofaringe, ipofaringe, esofago (carcinoma a cellule squamose), colon-retto, fegato, vie biliari intraepatiche, laringe e mammella femminile.

Un recente commento (1) pubblicato su The Lancet Public Health sottolinea l’urgenza di introdurre etichette di avvertimento sui rischi oncologici attribuibili al consumo di alcol, in linea con il recente parere del Surgeon General Advisory (2) degli Stati Uniti. Il documento evidenzia il crescente riconoscimento scientifico della relazione tra alcol e cancro e sottolinea la necessità di implementare misure di prevenzione efficaci, tra cui l’etichettatura obbligatoria.

Secondo il Surgeon General, l’alcol è una delle principali cause evitabili di cancro, responsabile di circa 100.000 casi annui negli Stati Uniti e 750.000 casi a livello globale. Questo dato impone un’azione immediata per migliorare la consapevolezza della popolazione e promuovere interventi di sanità pubblica volti a ridurre l’incidenza dei tumori correlati all’alcol.

L’elemento innovativo del parere del Surgeon General riguarda la proposta di aggiornare le etichette degli alcolici con avvertimenti espliciti sui rischi oncologici. Questo approccio è già stato adottato in Irlanda, dove a partire dal maggio 2026 tutte le bevande alcoliche dovranno riportare avvisi sui pericoli per la salute, inclusa la cancerogenicità. L’Irlanda diventa così il secondo paese, dopo la Corea del Sud, a legiferare in tal senso, sebbene in quest’ultima nazione i produttori possano scegliere etichette alternative che non menzionano esplicitamente il cancro.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO Global Alcohol Action Plan 2022–2030) ha sollecitato gli Stati membri a implementare misure di protezione dei consumatori attraverso l’obbligo di etichettatura, mentre l’Unione Europea ha commissionato studi che confermano l’efficacia di tali avvisi nel migliorare la consapevolezza del pubblico.

Nonostante l’ampia letteratura scientifica sul tema, la consapevolezza della popolazione generale sui rischi oncologici legati all’alcol rimane limitata. Studi condotti a livello globale mostrano che meno della metà delle persone è a conoscenza di questa correlazione e che la consapevolezza varia a seconda del tipo di tumore: mentre l’associazione tra alcol e carcinoma epatico è relativamente nota, solo una minoranza (in alcuni paesi meno del 10%) è consapevole del legame tra alcol e tumore della mammella.

Un aspetto cruciale emerso dalla recente letteratura è che il rischio oncologico correlato all’alcol non ha una soglia minima. Una metanalisi del 2024 ha dimostrato che anche un consumo inferiore a una bevanda standard al giorno (10 g di alcol puro) è associato a un aumento significativo del rischio di carcinoma mammario (RR: 1,04; IC 95%: 1,01–1,07). Inoltre, si stima che il 14% dei tumori alcol-correlati derivi da consumi inferiori a due bevande giornaliere, ovvero oltre 100.000 casi annui.

L’industria degli alcolici ha costantemente contrastato l’introduzione di etichette obbligatorie sui rischi oncologici, come dimostrato da episodi di pressione politica e interruzione di studi scientifici in diverse giurisdizioni. È prevedibile che il parere del Surgeon General incontri una resistenza simile, ma gli esperti di sanità pubblica sono chiamati a sostenere l’evidenza scientifica e a promuovere l’adozione di misure preventive.

Alla luce di queste evidenze, appare chiaro che l’introduzione di etichette di avvertenza sia una strategia essenziale per informare i consumatori e consentire scelte più consapevoli. Il riconoscimento diffuso del rischio oncologico legato all’alcol potrebbe rappresentare un passo cruciale nella riduzione dell’incidenza di tumori prevenibili a livello globale.

  1. Ferreira-Borges C, Kokole D, Galea G, Neufeld M, Rehm J. Labels warning about alcohol-attributable cancer risks should be mandated urgently. Lancet Public Health. 2025 13:S2468-2667(25)00040-4. doi: 10.1016/S2468-2667(25)00040-4.
  2. US Department of Health and Human Services. Alcohol and cancer risk, 2025. The US Surgeon General’s Advisory.

L’intelligenza artificiale “collaborativa”: una nuova frontiera per la diagnostica neurologica

Il ragionamento clinico in ambito neurologico rappresenta una delle sfide più complesse della medicina moderna, richiedendo non solo una vasta conoscenza enciclopedica, ma soprattutto la capacità di integrare segni clinici, dati strumentali e localizzazione anatomica in un quadro diagnostico coerente. Un recente studio pubblicato su PLOS Digital Health ha esplorato un cambio di paradigma nell’applicazione dell’intelligenza artificiale a questo campo: il passaggio da singoli modelli linguistici a sistemi “multi-agente”.

Mentre i Large Language Models (LLM) tradizionali operano spesso come singoli interlocutori, lo studio in oggetto dimostra come l’efficacia diagnostica aumenti significativamente quando diverse istanze di IA vengono programmate per collaborare tra loro, simulando un vero e proprio consulto medico.

Così, i diversi “agenti digitali” assumono ruoli distinti — dall’analista dei sintomi al critico dei dati radiologici — confrontandosi fino a raggiungere un consenso. Questa architettura collaborativa ha mostrato una capacità superiore nel localizzare correttamente le lesioni neuroanatomiche e nel formulare diagnosi differenziali accurate, riducendo drasticamente il fenomeno delle “allucinazioni” (risposte errate o inventate) tipico dei modelli singoli.

L’aspetto più rilevante della ricerca risiede nella capacità di questi sistemi di replicare il processo logico umano: non si limitano a fornire una risposta statistica, ma “ragionano” attraverso una catena di inferenze che può essere supervisionata dal medico. Tale approccio non punta a sostituire lo specialista, ma a fornirgli un “collega digitale” capace di vagliare migliaia di possibilità in pochi secondi, garantendo che nessun dettaglio clinico venga trascurato nel percorso che porta alla diagnosi finale.

Cosa cambia per il paziente?

L’introduzione di sistemi multi-agente nella pratica clinica potrebbe tradursi in una maggiore sicurezza delle cure. Per il paziente, questo significa ridurre il rischio di errori diagnostici in patologie neurologiche complesse e accelerare i tempi necessari per iniziare una terapia mirata. La tecnologia agisce come un secondo livello di verifica invisibile ma costante, supportando il neurologo nell’identificazione di quadri clinici rari o di difficile interpretazione, rendendo il percorso di cura più preciso e personalizzato.

Fonte:

Sorka M, Gorenshtein A, Aran D. A multi-agent approach to neurological clinical reasoning. PLOS Digital Health, December 04, 2025.

Quanti passi al giorno per la salute? Una nuova meta-analisi stabilisce un obiettivo realistico e fondato

Una revisione sistematica con meta-analisi dose-risposta, recentemente pubblicata su The Lancet Public Health, ha analizzato la relazione tra il numero quotidiano di passi e una vasta gamma di esiti di salute negli adulti, fornendo nuove evidenze per la definizione di raccomandazioni basate sul conteggio dei passi. Lo studio, condotto da un consorzio internazionale coordinato dall’Università di Sydney, ha incluso 57 studi prospettici su 35 coorti, con 31 studi inclusi nelle meta-analisi quantitative.

Lo scopo primario della revisione era valutare l’associazione dose-risposta tra il numero di passi giornalieri, misurati da dispositivi indossabili (accelerometri, pedometri, smartwatch), e nove esiti di salute: mortalità per tutte le cause, incidenza e mortalità per malattie cardiovascolari e cancro, incidenza di diabete tipo 2, demenza, sintomi depressivi, cadute e funzione fisica. Un obiettivo secondario era esplorare l’associazione tra la cadenza (intensità del passo) e tali esiti.

Una delle principali evidenze emerse da questa meta-analisi riguarda la relazione tra l’incremento dei passi quotidiani e la riduzione del rischio per una serie di condizioni clinicamente rilevanti. In particolare, il raggiungimento di una soglia pari a 7000 passi al giorno si associa a una riduzione del rischio di mortalità per tutte le cause del 47% rispetto a un livello di 2000 passi al giorno, con un hazard ratio pari a 0,53 (IC 95%: 0,46–0,60).

Risultati analoghi sono stati osservati per l’incidenza di malattie cardiovascolari, dove si stima una riduzione del rischio del 25% (HR 0,75; IC 95%: 0,67–0,85), mentre la mortalità cardiovascolare si riduce anch’essa del 47% (HR 0,53; IC 95%: 0,37–0,77), benché quest’ultimo dato presenti una notevole eterogeneità tra gli studi considerati (I²=78%).

Anche sul fronte oncologico, l’incremento dell’attività motoria valutata in termini di passi giornalieri si associa a una riduzione della mortalità per cancro del 37% (HR 0,63; IC 95%: 0,55–0,72), mentre l’effetto sulla sola incidenza di neoplasie appare più modesto e statisticamente meno solido. Per quanto riguarda il diabete di tipo 2, l’analisi mostra una riduzione del rischio del 14% (HR 0,86; IC 95%: 0,74–0,99) per chi raggiunge i 7000 passi al giorno.

Nel dominio cognitivo, i dati disponibili indicano che lo stesso livello di attività (7000 passi/die) è associato a una riduzione del rischio di demenza pari al 38% (HR 0,62; IC 95%: 0,53–0,73), mentre per la salute mentale, in particolare per i sintomi depressivi, si osserva una riduzione del rischio del 22% (HR 0,78; IC 95%: 0,73–0,83). Infine, in relazione al rischio di cadute – con dati limitati a popolazioni anziane – si evidenzia una riduzione del 28% (HR 0,72; IC 95%: 0,65–0,81), sebbene la certezza dell’evidenza in questo caso sia stata giudicata molto bassa a causa dell’eterogeneità dei risultati.

L’analisi secondaria sul ruolo della cadenza (frequenza del passo) ha rivelato risultati meno coerenti. Solo per la mortalità totale è emersa una relazione inversa significativa con la cadenza massima su 30 minuti. Per altri esiti (cancro, diabete, depressione), i dati erano scarsi e spesso non indicavano associazioni indipendenti dal volume totale di passi.

Gli autori segnalano comunque diversi limiti: l’esiguo numero di studi per alcuni esiti (es. cancro e demenza), l’assenza di analisi stratificate per età nei casi più critici, possibili bias residui e la dipendenza da dispositivi con metodologie eterogenee. Nonostante ciò, il livello di evidenza (classificato secondo il sistema GRADE) è stato giudicato moderato per quasi tutti gli esiti principali, eccetto per la mortalità cardiovascolare (basso), l’incidenza di cancro (basso), la funzione fisica (basso) e le cadute (molto basso).

Questa revisione rappresenta finora la sintesi più ampia disponibile sul tema, e conferma che anche livelli moderati di attività misurata in passi quotidiani sono associati a benefici sostanziali per la salute. Se i 10.000 passi restano un obiettivo valido per soggetti attivi, i 7000 passi al giorno rappresentano una soglia realistica e clinicamente rilevante per la maggioranza della popolazione adulta.

Fonte:

Ding D, Nguyen B, Nau T, et al. Daily steps and health outcomes in adults: a systematic review and dose-response meta-analysis. The Lancet Public Health, Volume 10, Issue 8, e668 – e681

La contaminazione delle revisioni sistematiche da parte dei “paper mill”: uno studio su oltre 200.000 pubblicazioni

Le revisioni sistematiche rappresentano uno degli strumenti principali per sintetizzare le evidenze scientifiche disponibili, contribuendo alla base conoscitiva per prendere decisioni evidence-based in materia di sanità pubblica e pratica clinica. Tuttavia, la loro integrità è oggi minacciata da un fenomeno in crescita: la contaminazione da parte di articoli scientifici fabbricati artificialmente, noti come paper mill articles. A lanciare l’allarme è uno studio pubblicato su JAMA Network Open da Gengyan Tang (University of Calgary, Canada) e Hao Cai (Chongqing Medical University, Cina), che ha analizzato l’infiltrazione di questi articoli fraudolenti all’interno delle revisioni sistematiche in ambito life sciences tra il 2013 e il 2024.

L’indagine ha valutato 200.000 revisioni sistematiche indicizzate nel database Web of Science (WoS), verificando la presenza di citazioni a pubblicazioni ritrattate perché riconosciute come prodotte da paper mill. Queste entità commerciali sono responsabili della generazione seriale di articoli scientifici fittizi, spesso corredati da dati falsificati, immagini manipolate e riferimenti creati ad arte per aumentare visibilità e credibilità.

Incrociando le revisioni con il dataset di Retraction Watch (61.932 articoli ritrattati, di cui 10.409 riconducibili a paper mill) gli autori hanno identificato 299 revisioni sistematiche contaminate, ossia contenenti almeno un articolo paper mill ritrattato incluso nella sintesi delle prove (meta-analisi o sezione dei risultati in revisioni narrative). La prevalenza di contaminazione riscontrata per quanto ancora bassa (pari allo 0,15%) è in costante aumento.

Diciassette revisioni sistematiche risultavano pesantemente contaminate (almeno tre articoli paper mill inclusi), e cinque di queste ne includevano cinque o più. Tutte erano state pubblicate in riviste considerate accademicamente discutibili, quattro delle quali appartenenti al gruppo MDPI o a editori con tassi elevati di autocitazione. Alcune di queste revisioni sono state citate in altri articoli scientifici, una addirittura in una norma federale statunitense riguardante la salute dei lavoratori esposti al World Trade Center, sottolineando il potenziale impatto regolatorio di evidenze scientifiche compromesse.

Nel dettaglio, l’85,6% delle revisioni contaminate conteneva una singola citazione ritrattata, ma in 43 casi (14,4%) ne venivano inclusi due o più, con un caso estremo che riportava ben 13 articoli paper mill. Un dato particolarmente critico è che il 32,2% delle citazioni è avvenuto dopo la ritrattazione degli articoli, e in 13 casi a più di 500 giorni di distanza, a indicare che la ritrattazione degli articoli dei paper mill non segna necessariamente la fine del loro ciclo di vita in termini di citazioni.

Per quanto riguarda la distribuzione geografica, gli autori affiliati alle revisioni contaminate provenivano da 52 Paesi: la maggioranza (36,6%) era affiliata a istituzioni cinesi, seguiti da autori statunitensi (7,7%), iraniani (7,4%), italiani (7,4%) e indiani (3,7%). A livello continentale, l’Asia rappresentava il 56,2% delle affiliazioni, seguita dall’Europa (27,1%).

In tema di ambiti disciplinari coinvolti, la contaminazione si è concentrata principalmente in oncologia (16,1%), medicina interna e generale (8,7%), biochimica e biologia molecolare (7,7%), neuroscienze (5,4%) e biologia cellulare (5%). Tuttavia, sono state riscontrate revisioni contaminate in 52 aree scientifiche su 76 analizzate.

Gli autori dello studio riconoscono alcune limitazioni metodologiche: la possibile sottostima del fenomeno a causa della presenza di articoli fraudolenti non ancora ritrattati o non etichettati come tali, e la mancata valutazione dell’effettiva influenza degli articoli fraudolenti sui risultati finali delle revisioni.

La ricerca di Tang e Cai documenta, per la prima volta su larga scala, l’infiltrazione dei paper mill nelle revisioni sistematiche delle life sciences. Pur rimanendo per ora contenuta in termini assoluti, lo studio sottolinea la necessità urgente di strumenti di screening automatizzati e di una maggiore vigilanza da parte di editori, peer reviewer e autori. Le revisioni sistematiche contaminate andrebbero corrette o ritirate, specialmente se pesantemente influenzate da articoli fraudolenti ed è necessaria una risposta coordinata da parte della comunità accademica per preservare l’affidabilità di questi importanti strumenti e il processo decisionale clinico e regolatorio che da esse dipende.

Fonte:


Tang G, Cai H. Citation Contamination by Paper Mill Articles in Systematic Reviews of the Life Sciences. JAMA Netw Open 2025;8(6):e2515160.

La qualità della vita nei trial oncologici: come leggere e interpretare correttamente i patient-reported outcome (PRO)

Non solo mesi di vita guadagnati: nell’era della medicina personalizzata e del decision making condiviso, gli esiti riferiti direttamente dai pazienti (PRO, patient-reported outcomes) stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella valutazione dei trattamenti oncologici. Ma se l’interpretazione dei tradizionali endpoint come l’overall survival o la progression-free survival è ormai parte del bagaglio professionale di ogni oncologo, lo stesso non si può dire per i risultati relativi ai PRO e alla health-related quality of life (HRQoL), nonostante l’esistenza di linee guida sull’inclusione dei risultati dei PRO negli studi e sulla standardizzazione dei metodi di comunicazione all’interno degli articoli scientifici (PROTEUS — Trials Consortium, SPIRIT PRO extension, SISAQOL data, CONSORT PRO extension).

Proprio a colmare questo gap conoscitivo è dedicato un articolo pubblicato su NEJM Evidence da Massimo Di Maio, oncologo dell’Università di Torino, dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino e presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, che offre una guida pratica e concisa per leggere e interpretare correttamente i risultati sulla qualità della vita nei trial oncologici.

L’articolo parte da una constatazione semplice quanto cruciale: il gold standard nei trial oncologici resta la sopravvivenza globale (OS), ma sempre più spesso gli studi si affidano ad endpoint surrogati, come la sopravvivenza libera da progressione (PFS), soprattutto in setting dove dimostrare un vantaggio in OS è difficile o richiederebbe tempi e campioni troppo ampi.

In questi casi — sottolinea Di Maio — i PRO diventano essenziali per valutare se un trattamento che “prolunga” la PFS porti con sé anche un beneficio percepibile per il paziente.

Uno degli aspetti più innovativi dell’articolo è la proposta di una guida pratica articolata in passaggi chiave per i clinici. Si parte dalla comprensione dello strumento utilizzato (es. EORTC QLQ-C30, FACT-G), passando per l’identificazione delle scale rilevanti per la patologia e per il trattamento, fino alla lettura dei cambiamenti nel tempo, distinguendo tra differenze statisticamente significative e cambiamenti clinicamente rilevanti. Di Maio insiste inoltre sull’importanza del timing delle valutazioni, spesso sottovalutato: lo stesso dato può assumere significati molto diversi a seconda della fase del trattamento o della malattia in cui viene rilevato.

Infine, uno dei limiti più frequenti, secondo l’autore, è l’interpretazione errata o superficiale dei grafici longitudinali e dei tassi di completamento dei questionari, che rischia di condurre a conclusioni fuorvianti. Ad esempio, un trattamento può sembrare ben tollerato sulla base dei dati raccolti, ma, se chi sta meglio tende a rimanere nello studio mentre i pazienti più gravi lo abbandonano precocemente, il quadro complessivo risulta distorto.

La raccomandazione chiave è che i dati QoL non siano mai letti “da soli”. Un miglioramento numerico in una scala può non essere clinicamente rilevante, così come una differenza “non significativa” può avere valore pratico per alcuni sottogruppi di pazienti. L’autore arricchisce quindi la discussione con esempi tratti da studi clinici reali, evidenziando come problematiche diverse — dalla perdita selettiva di dati alla scarsa rilevanza clinica di differenze statisticamente significative — possano compromettere l’interpretazione corretta dei PRO e, di conseguenza, il giudizio clinico complessivo sul trattamento.

La corretta lettura dei dati di qualità della vita, conclude Di Maio, non è solo una competenza statistica, ma un atto clinico che influenza direttamente il processo decisionale, la comunicazione con il paziente e la personalizzazione delle cure. Per questo è necessario che oncologi, ematologi e tutti gli specialisti coinvolti nei trial acquisiscano familiarità con i metodi e i limiti dell’analisi dei PRO, per garantire che la voce del paziente sia realmente ascoltata — e pesi — nella valutazione del valore terapeutico.

Fonte:

Di Maio M. Reading and Interpreting Quality-of-Life Results in Cancer Trials. NEJM Evid 2025 Jun;4(6):EVIDra2400340. doi: 10.1056/EVIDra2400340. Epub 2025 May 27.

FaceAge: un sistema di deep learning per stimare l’età biologica dai volti e migliorare la prognosi oncologica

Uno studio multicentrico coordinato dall’Artificial Intelligence in Medicine Program (Mass General Brigham, Harvard Medical School, Boston, MA, USA) ha sviluppato e validato FaceAge, un sistema di intelligenza artificiale in grado di stimare l’età biologica di un individuo a partire da fotografie del volto. La tecnologia si fonda sull’ipotesi che le caratteristiche facciali visibili siano un indicatore informativo dello stato fisiologico di un individuo potenzialmente più accurato dell’età anagrafica nel predire l’outcome clinico, in particolare in ambito oncologico. Lo studio, pubblicato su The Lancet Digital Health, ha valutato quindi la capacità di FaceAge di supportare il processo decisionale clinico, in particolare in oncologia, dove la stima della sopravvivenza è cruciale per la definizione dell’intensità terapeutica, l’accesso a trattamenti palliativi e la pianificazione del fine vita.

Il modello FaceAge è stato addestrato su oltre 56.000 immagini di individui sani provenienti dal database IMDb–Wiki, convalidato tecnicamente sul dataset UTKFace e testato clinicamente su 6.196 pazienti oncologici provenienti da tre coorti (MAASTRO, Harvard Thoracic e Harvard Palliative), confrontati con 535 pazienti non oncologici.

L’analisi ha mostrato che nei pazienti oncologici, il volto appariva in media più vecchio di circa 5 anni rispetto all’età cronologica (differenza media di 4,79 anni, p<0,0001). Questa discrepanza era statisticamente significativa anche rispetto a coorti non oncologiche, incluse quelle trattate per condizioni benigne. Il dato è stato consistente attraverso tipi e stadi di neoplasie differenti.

Nel dettaglio, FaceAge si è dimostrato un predittore indipendente di sopravvivenza globale:

  • Nella coorte MAASTRO (n=4906), ogni decade in più di FaceAge era associata a un aumento del rischio di morte (HR=1,151; p=0,013).
  • Nella coorte Harvard Thoracic (n=573), il sistema ha mantenuto valore prognostico dopo aggiustamento per stadio, performance status ECOG, istologia e altri fattori (HR=1,15; p=0,011), mentre l’età anagrafica non era significativa.
  • Nella coorte Harvard Palliative (n=717), FaceAge ha migliorato la performance del modello TEACHH nella previsione della sopravvivenza a 6 mesi, aumentando l’AUC da 0,74 a 0,80 (p<0,0001).

Una sperimentazione condotta su 100 casi clinici ha messo a confronto FaceAge con le capacità predittive di 10 medici e ricercatori. L’aggiunta del modello FaceAge alle informazioni cliniche ha migliorato la performance predittiva complessiva dei clinici (AUC media 0,80), con una riduzione della variabilità interindividuale tra valutatori.

A livello molecolare, l’analisi genomica ha evidenziato un’associazione significativa tra FaceAge e l’espressione del gene CDK6, implicato nei processi di senescenza cellulare, suggerendo una potenziale correlazione tra l’aspetto facciale predetto e l’invecchiamento biologico. Nessuna correlazione simile è stata osservata per l’età anagrafica.

Gli autori sottolineano il valore aggiunto di FaceAge rispetto alle valutazioni soggettive dello stato di salute usate nella pratica clinica, evidenziando come un biomarcatore quantitativo e standardizzabile possa supportare decisioni terapeutiche in contesti dove l’equilibrio rischio-beneficio è critico.

FaceAge si è dimostrato utile anche nei casi a prognosi incerta, come nei pazienti con malattia avanzata, in cui la decisione se procedere o meno a un trattamento intensivo dipende dalla capacità di stimare correttamente la sopravvivenza residua. La maggiore precisione predittiva offerta da FaceAge può migliorare la selezione dei pazienti candidabili a terapie attive o la tempestiva attivazione di cure palliative.

Tuttavia, si richiede ulteriore validazione in coorti più ampie e diversificate, nonché attenzione agli aspetti etici e alle potenziali distorsioni legate ai dataset di addestramento.

Lo studio è stato finanziato dal National Institutes of Health (USA) e dal Consiglio Europeo della Ricerca.

Fonte:

Bontempi D, Zalay O, Bitterman DS, et al. FaceAge, a deep learning system to estimate biological age from face photographs to improve prognostication: a model development and validation study. The Lancet Digital Health, May 08, 2025. Online First.