L’autolesionismo negli adolescenti rappresenta un fenomeno di crescente rilevanza per la salute pubblica, come evidenziato dalla recente Commission del Lancet: secondo i risultati pubblicati, ogni anno si verificano almeno 14 milioni di episodi di autolesionismo a livello globale, con un tasso di circa 60 per 100.000 persone. Tuttavia, questi dati rappresentano probabilmente una sottostima, poiché molti casi non vengono riportati o sfuggono alla sorveglianza medica. Le indagini condotte nelle scuole e nelle comunità rivelano una prevalenza di autolesionismo nell’arco della vita del 3% negli adulti e del 14% nei bambini e adolescenti, con tassi più elevati tra le donne e nelle persone al di sotto dei 25 anni.

L’adolescenza è infatti un periodo di profondi cambiamenti, non solo a livello biologico e neuropsicologico, ma anche sociale e ambientale. È durante questa fase di transizione che spesso emergono i primi segnali di problemi di salute mentale e comportamenti a rischio. Le crescenti pressioni dovute ai cambiamenti climatici, alle crisi economiche e alle difficoltà sociali, acuite dalla pandemia di COVID-19, hanno intensificato lo stress per i giovani. A ciò si aggiungono i rapidi mutamenti tecnologici e l’onnipresenza dei social media, che giocano un ruolo complesso e controverso in questa dinamica.
Uno dei dati più preoccupanti emersi dall’articolo del Lancet è che i giovani tendono a non cercare aiuto da professionisti sanitari, preferendo rivolgersi a familiari, amici o a risorse online. Tra le motivazioni di questa scelta vi è lo stigma associato all’autolesionismo, oltre a barriere strutturali quali i costi, l’accesso limitato ai servizi di salute mentale e le preoccupazioni relative alla privacy.
I social media, per molti adolescenti, rappresentano quindi un canale fondamentale per condividere esperienze, cercare supporto e connettersi con coetanei che affrontano situazioni simili. Tuttavia, possono anche avere effetti negativi, soprattutto quando i contenuti pubblicati sono di natura esplicita o angosciante. Casi riportati dai media hanno evidenziato episodi in cui il cyberbullismo o la diffusione virale di contenuti dannosi ha contribuito all’autolesionismo di giovani utenti, suscitando preoccupazione soprattutto tra i genitori.
Secondo le ultime evidenze, il 36% degli adolescenti dichiara di avere contatti continui con altre persone attraverso piattaforme online, e circa l’11% mostra sintomi di un uso patologico dei social media, caratterizzati da sintomi di astinenza, ansia e umore depresso quando non possono accedervi. Questa dipendenza digitale ha portato a un dibattito sempre più acceso sui possibili rischi di esposizione prolungata ai social media per la salute mentale degli adolescenti. Sebbene alcune meta-analisi abbiano evidenziato deboli associazioni tra l’uso dei social media e la depressione, non è stato stabilito un nesso causale diretto.
Le dinamiche neurobiologiche che caratterizzano l’adolescenza rendono i giovani particolarmente vulnerabili ai fattori esterni. Durante questa fase della vita, il cervello subisce processi di rimodellamento sinaptico e potatura neuronale che lo rendono altamente malleabile. Al contempo, gli adolescenti devono gestire nuove identità e responsabilità, spesso senza una guida chiara su come affrontare l’ambiente digitale.
L’esposizione massiccia e prolungata ai contenuti dei social media, inclusi quelli pubblicitari relativi ad alcolici, cibo spazzatura, gioco d’azzardo, vaping, solleva preoccupazioni sul possibile impatto che queste influenze possano avere sul benessere psicologico e sul comportamento degli adolescenti. Gli algoritmi che regolano i contenuti sui social media sono poi progettati per massimizzare il tempo di permanenza online, creando una trappola che può portare i giovani utenti a trascurare attività quotidiane e relazioni interpersonali.
Nonostante la crescente preoccupazione, la ricerca non ha però ancora fornito risultati conclusivi sull’impatto dei social media sulla salute mentale. La Commission del Lancet sottolinea infatti che, sebbene i tassi di autolesionismo e di malattie mentali siano aumentati negli ultimi 15 anni in concomitanza con la diffusione dei social media, questo periodo è stato caratterizzato anche da altri fattori esterni significativi. L’aumento delle disuguaglianze sociali, la precarietà economica e i cambiamenti climatici, così come i conflitti geopolitici, potrebbero essere fattori altrettanto importanti nel determinare il disagio psicologico giovanile.
Nonostante la crescente preoccupazione, la ricerca non ha però ancora fornito risultati conclusivi sull’impatto dei social media sulla salute mentale. La Commission del Lancet sottolinea infatti che, sebbene i tassi di autolesionismo e di malattie mentali siano aumentati negli ultimi 15 anni in concomitanza con la diffusione dei social media, questo periodo è stato caratterizzato anche da altri fattori esterni significativi. L’aumento delle disuguaglianze sociali, la precarietà economica e i cambiamenti climatici, così come i conflitti geopolitici, potrebbero essere fattori altrettanto importanti nel determinare il disagio psicologico giovanile.
Fonti:
Moran P, Chandler A, Dudgeon P, et al. The Lancet Commission on self-harm. Lancet. October 12, 2024;404(10461):1445-1492. doi: 10.1016/S0140-6736(24)01121-8.

