
Un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine riaccende il dibattito sul potenziale ruolo dell’attività fisica in oncologia: numerosi studi osservazionali hanno infatti suggerito un’associazione tra maggiore attività fisica e miglior esito clinico nei pazienti oncologici. Tuttavia, mancava fino ad ora una prova di livello 1 ottenuta attraverso uno studio randomizzato di ampia scala.
Il trial CHALLENGE (Colon Health and Lifelong Exercise Change) è uno studio randomizzato di fase 3 durato 15 anni e condotto su 889 pazienti con adenocarcinoma del colon in stadio III o II ad alto rischio trattati con resezione completa e chemioterapia adiuvante. Lo studio ha valutato l’efficacia di un programma di esercizio strutturato di 3 anni, avviato entro 6 mesi dalla chemioterapia adiuvante, sulla sopravvivenza libera da malattia e sulla sopravvivenza globale.
I partecipanti sono stati randomizzati in due gruppi: uno ha ricevuto semplici materiali di educazione sanitaria (controllo), mentre l’altro ha seguito un programma intensivo e strutturato di esercizio fisico della durata di tre anni (intervento).
Quest’ultimo prevedeva sessioni obbligatorie di supporto comportamentale (sia in presenza sia da remoto), sessioni di attività fisica supervisionata e una guida personalizzata basata sulla Theory of Planned Behavior. L’obiettivo era aumentare il livello di esercizio aerobico ricreativo rispetto alla condizione iniziale di almeno 10 metabolic equivalent task (MET)-ore a settimana nei primi 6 mesi, e poi mantenere o aumentare ulteriormente questo livello per i successivi 2 anni e mezzo.
A un follow-up mediano di quasi 8 anni, i risultati sono apparsi sorprendenti. Nel gruppo che ha seguito il programma di esercizio, la sopravvivenza libera da malattia è risultata significativamente migliore rispetto al gruppo di controllo: 80,3% a 5 anni contro il 73,9%, con un hazard ratio (HR) di 0,72 (95% CI, 0,55–0,94; p=0,02). Anche la sopravvivenza globale ha mostrato un miglioramento nel gruppo esercizio, con una sopravvivenza all’ottavo anno del 90,3% rispetto all’83,2% del gruppo controllo. Inoltre, si sono osservati meno casi di recidiva e di nuovi tumori primari nel gruppo intervento.
Parallelamente agli endpoint clinici, lo studio ha documentato miglioramenti funzionali nel gruppo intervento: aumenti moderati ma costanti nella capacità cardiorespiratoria (VO₂ max stimato), nella distanza percorsa nel test dei 6 minuti e nella qualità di vita percepita (scala SF-36). Gli eventi avversi gravi, seppur più frequenti nel gruppo esercizio, sono rimasti contenuti (muscoloscheletrici: 18,5% vs 11,5%).
Tuttavia, come riconosciuto dagli stessi autori, lo studio presenta alcuni limiti rilevanti che meritano attenzione. In primo luogo, l’arruolamento è stato molto più lento del previsto e si è protratto per oltre 15 anni, un dato che riflette la complessità e l’intensità del programma proposto, ma che solleva interrogativi sulla sua reale applicabilità su larga scala
Inoltre, il numero di eventi osservati (224) è stato nettamente inferiore a quello previsto nel disegno originale (380), riducendo la potenza statistica dello studio e limitando la robustezza delle conclusioni.
Gli autori riconoscono anche una possibile selezione favorevole della popolazione arruolata: i pazienti erano tendenzialmente in buona forma fisica e privi di recidiva precoce, poiché lo studio prevedeva l’arruolamento tra il secondo e il sesto mese dalla fine della chemioterapia. Questa caratteristica potrebbe aver contribuito a innalzare i tassi di sopravvivenza rispetto alla media generale.
Un’altra questione riguarda la valutazione dell’attività fisica, basata principalmente su questionari autocompilati — soggetti a potenziali distorsioni — anche se supportati da dati oggettivi come il VO₂ max stimato e il test dei 6 minuti.
Infine, va sottolineato che i pazienti nel gruppo esercizio hanno ricevuto un numero significativamente maggiore di interazioni con il personale rispetto al gruppo controllo. Gli autori ammettono che non è possibile escludere completamente un effetto positivo dovuto alla maggiore socializzazione e supporto ricevuto, anche se ricordano che studi precedenti con simili livelli di interazione — ad esempio nel contesto di interventi nutrizionali o psicosociali — non avevano mai mostrato un impatto comparabile sulla sopravvivenza.
In conclusione, lo studio CHALLENGE offre dati stimolanti e apre nuove possibilità sull’uso dell’attività fisica come vera e propria componente terapeutica nel follow-up oncologico. La sua inclusione nei protocolli oncologici di routine sarà però necessariamente guidata da ulteriori evidenze, studi replicativi e analisi costi-benefici. E, come sottolineano gli autori, serviranno sistemi sanitari pronti a investire in programmi di supporto comportamentale e infrastrutture per l’attività fisica supervisionata.
Fonte:
Courneya KS, Vardy JL, O’Callaghan CJ, et al. Structured Exercise after Adjuvant Chemotherapy for Colon Cancer. N Engl J Med 2025 Jun 1. doi: 10.1056/NEJMoa2502760.

