
Un recente studio pubblicato su JAMA Network Open ha analizzato il modo in cui i social media trattano cinque test diagnostici ampiamente pubblicizzati, evidenziando una predominanza di toni promozionali e una scarsa menzione dei rischi legati alla sovradiagnosi e all’uso eccessivo di test clinici. Questi risultati sollevano preoccupazioni sull’influenza della disinformazione nella pratica medica e sulla necessità di una regolamentazione più rigorosa.
La ricerca, condotta da Brooke Nickel e colleghi, ha valutato 982 post su Instagram e TikTok pubblicati tra il 2015 e il 2024, riguardanti cinque test diagnostici popolari:
- Risonanza magnetica total-body (MRI)
- Test per la diagnosi precoce multi-cancro (MCED)
- Dosaggio dell’ormone antimulleriano (AMH)
- Test del microbioma intestinale
- Test per il testosterone
Questi test sono rivolti prevalentemente a persone asintomatiche e sono spesso proposti come strumenti di screening, nonostante la mancanza di solide evidenze sui benefici rispetto ai potenziali danni.
L’obiettivo dello studio era analizzare il contenuto dei post in termini di benefici, rischi, menzione della sovradiagnosi e uso di evidenze scientifiche, nonché valutare l’influenza del profilo degli autori sulla natura della comunicazione.
L’analisi dei contenuti ha rivelato una predominanza di post promozionali con una chiara sottorappresentazione dei potenziali rischi associati ai test. In sintesi:
- L’87,1% dei post menzionava i benefici dei test, mentre solo il 14,7% riportava i possibili danni.
- Solo il 6,1% dei post faceva riferimento al rischio di sovradiagnosi.
- L’83,8% dei post aveva un tono promozionale, con il 50,7% che incoraggiava gli utenti a sottoporsi ai test.
- Solo il 6,4% citava esplicitamente dati scientifici a supporto delle affermazioni.
- Il 68% dei post proveniva da account con interessi finanziari diretti, come sponsorizzazioni o collaborazioni con aziende che commercializzano i test.
- I post pubblicati da medici erano più propensi a menzionare i potenziali rischi (OR 4,49; 95% CI, 2,85-7,06) e meno inclini ad avere un tono promozionale (OR 0,53; 95% CI, 0,35-0,80).
Questi dati confermano che la promozione di test diagnostici sui social media tende ad enfatizzare i benefici, trascurando i rischi di falsi positivi, ansia ingiustificata, esami invasivi successivi e trattamenti inutili.
La sovradiagnosi rappresenta una delle principali criticità della medicina moderna, con impatti sia sul piano individuale che su quello sanitario. Secondo la letteratura, i test diagnostici possono portare ad identificare condizioni che non avrebbero mai causato sintomi o problemi clinici significativi nel corso della vita del paziente. Il fenomeno è particolarmente rilevante nei test di screening proposti al pubblico asintomatico, come quelli esaminati nello studio. Ad esempio le risonanze magnetiche total-body possono individuare alterazioni asintomatiche che portano a esami e trattamenti non necessari, i test MCED, non ancora approvati per lo screening di routine, potrebbero generare diagnosi e trattamenti non giustificati per tumori indolenti, il test dell’AMH è promosso come misura della fertilità femminile, sebbene non predica con certezza la possibilità di concepimento spontaneo, i test del microbioma intestinale vengono proposti per valutare lo stato di salute, ma la loro interpretazione clinica rimane incerta, e infine il test del testosterone viene spesso pubblicizzato per uomini asintomatici, aumentando il rischio di trattamenti ormonali inutili.
La promozione indiscriminata di questi test può quindi generare non solo una ricaduta negativa per i pazienti, esponendoli a terapie e preoccupazioni ingiustificate, ma anche un carico economico per i sistemi sanitari, distogliendo risorse da interventi realmente efficaci.
Lo studio suggerisce che i medici possono avere un ruolo cruciale nel contrastare la disinformazione: i post pubblicati da professionisti sanitari erano meno promozionali e più inclini a menzionare i potenziali rischi. Tuttavia, la loro presenza nei social media è ancora limitata rispetto agli account commerciali e agli influencer con interessi finanziari.
Alla luce di questi risultati, gli autori dello studio richiamano l’attenzione sulla necessità di una maggiore regolamentazione della pubblicità sanitaria sui social media, per prevenire la promozione ingannevole di test non validati. Auspicabili anche interventi educativi per il pubblico, al fine di migliorare la comprensione critica delle informazioni mediche online e un maggiore coinvolgimento dei professionisti sanitari nelle piattaforme digitali, per offrire un’informazione equilibrata e basata sulle evidenze.
Lo studio ha comunque alcune limitazione di cui è necessario tener conto: il bias dell’algoritmo (i post sono stati identificati utilizzando il sistema di classificazione di Instagram/TikTok, omettendo forse post rilevanti), non sono stati studiati i commenti e le interazioni, che potrebbero fornire ulteriori informazioni. Infine, escludendo i media più ampi, i risultati potrebbero non essere generalizzabili al di fuori dei social media.










