
Nel panorama attuale della ricerca scientifica e della pratica clinica, l’interconnessione tra la salute umana, animale e ambientale è diventata sempre più evidente. Ma le implicazioni dell’impatto dei farmaci “oltre” il corpo umano sono ancora troppo spesso sottovalutate. Le sostanze farmacologiche possono infatti trasformarsi in contaminanti ambientali con conseguenze imprevedibili per gli ecosistemi e, a lungo termine, per la stessa salute umana.
I residui dei farmaci, espulsi attraverso urine e feci, finiscono nei sistemi di trattamento delle acque reflue, i quali, nonostante i progressi tecnologici, non sono sempre in grado di eliminare completamente questi composti. Di conseguenza, tracce di farmaci sono state rilevate in numerosi corsi d’acqua in tutto il mondo, dai fiumi più iconici come il Mississipi e il Rio delle Amazzoni, fino a bacini idrici meno noti ma altrettanto significativi per la biodiversità locale.
Un recente articolo pubblicato su Nature Sustainability (1) ripercorre alcuni dei casi più eclatanti della presenza dei farmaci nei corsi d’acqua in concentrazioni sufficienti a causare alterazioni biologiche negli organismi acquatici: gli estrogeni contenuti nei contraccettivi orali, ad esempio, possono provocare fenomeni di femminilizzazione nei pesci e negli anfibi, compromettendo la riproduzione di queste specie e alterando l’equilibrio degli ecosistemi acquatici.
Allo stesso modo, antidepressivi come la fluoxetina sono stati collegati a cambiamenti nel comportamento alimentare e sociale di pesci e invertebrati, con effetti a cascata sulle reti trofiche.
Il concetto di “One Health”, che riconosce l’interdipendenza tra salute umana, animale e ambientale, emerge come un modello fondamentale per affrontare la complessità della contaminazione farmaceutica. Un ecosistema in equilibrio è essenziale per la salute pubblica: la riduzione della biodiversità e gli squilibri ecologici derivanti dalla contaminazione da farmaci possono avere ripercussioni dirette e indirette sulla salute umana.
Per questo motivo, a livello europeo, l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha introdotto l’obbligo di valutazione del rischio ambientale per i nuovi farmaci dal 2006, ma per i farmaci già esistenti i dati disponibili sono estremamente limitati. Solo una minima parte dei principi attivi registrati all’EMA ha informazioni sufficienti per una valutazione completa degli effetti ecotossicologici e dell’esposizione ambientale. Questo rappresenta un grave limite per la gestione del rischio associato alla diffusione di queste sostanze nell’ambiente.
E ancora, come riportato in un recente articolo del BMJ (2), la produzione, il confezionamento e la distribuzione dei farmaci rappresentano, secondo le stime, il 12% dell’impronta di carbonio globale dell’assistenza sanitaria e nonostante i costi della produzione e dell’approvvigionamento in termini di emissioni di carbonio, il considerevole onere finanziario per i sistemi sanitari e le continue sfide legate alla carenza di farmaci, alcuni medicinali finiscono per entrare nel flusso dei rifiuti come prodotti scaduti o inutilizzati, contribuendo all’inquinamento degli ecosistemi e alla resistenza antimicrobica, danni ambientali che sottolineano l’importanza di un uso razionale dei farmaci. Le soluzioni indicate dall’articolo (dall’ottimizzazione della tracciabilità dell’inventario, dello stoccaggio e della distribuzione fino al deprescribing) prevedono uno sforzo multidisciplinare, sistematico e integrato che parte dai farmacisti ospedalieri e coinvolge tutto il personale clinico fino ad arrivare ai pazienti stessi.
Anche in ambito clinico, il legame tra efficacia terapeutica e sostenibilità ambientale sta diventando sempre più rilevante. L’abuso di somministrazioni endovenose, quando esistono alternative orali altrettanto efficaci, non solo rappresenta un uso inefficiente delle risorse ma contribuisce anche all’aumento dei rifiuti ospedalieri, come sottolineato da un articolo de “Il punto”, progetto editoriale dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Torino.
Studi recenti hanno dimostrato che il passaggio dalla terapia endovenosa a quella orale, ove possibile, può ridurre significativamente l’impatto ambientale, senza compromettere l’efficacia clinica. La scelta della via di somministrazione, quindi, deve tenere conto non solo del benessere del paziente, ma anche delle implicazioni ambientali, in un’ottica di sostenibilità complessiva.
Per affrontare queste sfide, è necessaria una collaborazione stretta tra tutte le figure professionali coinvolte: produttori di farmaci, medici, farmacisti, infermieri, ingegneri ambientali e agenzie regolatorie. Solo attraverso un approccio coordinato è possibile ridurre l’impatto ambientale dei farmaci, ottimizzando al contempo la gestione delle terapie e la sicurezza dei pazienti.
Fonti:
- 1. Brodin, T., Bertram, M.G., Arnold, K.E. et al. The urgent need for designing greener drugs. Nat Sustain 7, 949–951 (2024).
- 2. Blackburn H, Forrester C, Eii MN. Reducing drug waste in hospitals. BMJ. 2024 Aug 23;386:e076200.

