Revisioni sistematiche e narrative: una riflessione nel campo infermieristico

Un recente editoriale di Sally Thorne,1 editor in chief della rivista Nursing Inquiry, mette in discussione il crescente predominio delle revisioni sistematiche rispetto alle revisioni narrative e integrative in un campo, come quello infermieristico, dove dare priorità a revisioni più critiche e riflessive potrebbe offrire una sintesi interpretativa del corpus delle conoscenze più utile al “mandato sociale” della disciplina.

Ogni revisione sistematica, spiega Thorne “si presenta come un lavoro scientifico originale, giustificando la propria rilevanza in termini di aggiornamento o ampliamento di precedenti revisioni, differenziandosi in qualche modo dalla miriade di revisioni del settore già pubblicate o colmando una lacuna nelle conoscenze esistenti. Ad onor del vero, alcune revisioni sistematiche raggiungono effettivamente questo obiettivo. Tuttavia, molte altre mancano il bersaglio ed è importante riflettere sul perché”.

I punti critici individuati dalla Thorne vanno dalla mancanza di originalità (molte revisioni sistematiche si limitano a riassumere studi già esistenti, senza offrire nuove intuizioni o interpretazioni), all’enfasi posta sulla metodologia (l’attenzione al rigore metodologico si traduce nell’assenza di una riflessione critica sul significato degli studi e della loro rilevanza per la pratica infermieristica) fino alla esclusione di ricerche importanti a causa di criteri di inclusione ed esclusione troppo rigidi.

“In contrasto con l’ampio lavoro di base che un tempo era considerato fondamentale per affrontare qualsiasi nuova domanda di ricerca, alcuni studiosi sembrano ora considerare la produzione di una revisione sistematica come sufficiente per «conoscere» la letteratura nel loro campo, evitando il duro lavoro intellettuale di leggere e riflettere su un’ampia gamma di scritti sul loro argomento” afferma Thorne.

“È facile comprendere il fascino dell’opzione sistematica” continua “Ogni neo-laureato impara rapidamente due assiomi legati tra loro: 1) che ci vogliono 17 anni prima che le evidenze si diffondano nella pratica (Morris et al., 2011) e 2) che gli articoli di revisione attirano sempre più citazioni rispetto agli articoli che riportano i risultati di studi originali (Miranda & Garcia-Carpintero, 2018).”

Questo però inevitabilmente può portare a “revisioni vuote” che non aggiungono nulla alla conoscenza esistente, oltre a ridurre la complessità e la ricchezza dei dati originali. “Nel normalizzare la revisione sistematica come entità scientifica di valore, sembra che abbiamo anche giustificato l’affidamento a rigidi criteri di esclusione per restringere un ampio campo iniziale in quella che spesso è solo una piccola manciata di studi altamente simili”, afferma Sally Thorne.

La qualità di una revisione sistematica non dovrebbe però essere determinata solo dalla sua metodologia, ma piuttosto dall’argomentazione convincente dell’autore sia sul valore aggiunto rispetto alla conoscenza esistente: “Se non sfidiamo questa tendenza, rischiamo di scivolare in una cultura accademica in cui è il prodotto tecnologico metodologicamente rigoroso a prevalere sul pezzo di discussione riflessivo e critico.”

In conclusione, se le revisioni sistematiche sono “progettate per ridurre la complessità, semplificare le affermazioni e sminuzzare ciò che è noto in pezzi di dimensioni ridotte, il tipo di conoscenza per cui i metodi della pratica basata sulle evidenze sono più adatti, nel campo dell’assistenza infermieristica, gran parte di ciò che vogliamo veramente sapere, e ciò che gli studiosi che hanno prodotto gli studi originali volevano dirci, è meravigliosamente complesso, dinamico e dipendente dal contesto, e non si presta affatto alla condensazione e all’aggregazione”.