Social media e oncologia: visibilità contro rigore? Un dibattito aperto sulla comunicazione scientifica nell’era digitale

Uno studio pubblicato su JAMA Oncology riflette sui rischi della comunicazione scientifica attraverso i social media in oncologia. All’analisi degli autori si sono aggiunti commenti critici e costruttivi da parte di oncologi di vari Paesi, che sottolineano tanto i pericoli di un ecosistema digitale dominato da metriche di coinvolgimento, quanto le opportunità offerte per colmare disuguaglianze strutturali nell’accesso all’informazione. Il dibattito resta aperto e chiama in causa la responsabilità collettiva della comunità scientifica.

Nel numero di luglio di JAMA Oncology, Raffaele Giusti (Ospedale Sant’Andrea, Roma), Gennaro Daniele e Fotios Loupakis hanno firmato un articolato punto di vista sull’impatto dei social media nella comunicazione scientifica in oncologia, denunciandone le potenziali derive in termini di amplificazione dei bias, distorsione dei risultati preliminari e conflitti di interesse.

L’intervento, dal titolo The Role of Social Media in Fueling Bias in Oncology, ha acceso un vivace dibattito internazionale che ha coinvolto, tra gli altri, Yakup Ergun (Turchia), Amol Akhade (India) e Brian Shields (USA).

Gli autori descrivono un ecosistema informativo in rapida trasformazione, in cui la condivisione di dati e interpretazioni sui social media — Twitter/X in particolare — ha superato per rapidità e visibilità i canali accademici tradizionali. Se da un lato questo fenomeno favorisce la diffusione tempestiva delle evidenze, il dialogo interdisciplinare e il feedback in tempo reale, dall’altro lato introduce rischi crescenti: interpretazioni affrettate, polarizzazione delle opinioni, hype, e promozione non trasparente di risultati ancora preliminari.

La tendenza a privilegiare la viralità rispetto al rigore — osservano gli autori — si manifesta, ad esempio, nei principali congressi oncologici, dove solo il 28% dei contenuti diffusi da figure di spicco riguarda dati scientifici, mentre oltre un terzo include contenuti personali o promozionali. Ancora più preoccupante è il ruolo dei conflitti di interesse finanziari: analisi indipendenti hanno mostrato che oltre il 90% dei medici con maggiore visibilità sui social media in oncologia riceve compensi sostanziali dall’industria, con una predominanza di post favorevoli ai farmaci o alle sperimentazioni sponsorizzate.

Il quadro viene ulteriormente complicato dall’uso di piattaforme di intelligenza artificiale (IA) per il monitoraggio del sentiment online e la costruzione di mappe d’influenza tra key opinion leader (KOL), strumenti che rischiano di favorire logiche di visibilità e engagement, più che la qualità metodologica dei contenuti condivisi.

Alla pubblicazione di Giusti et al. ha risposto in forma di commento ufficiale su JAMA Oncology il dott. Yakup Ergun (Turchia), che, pur condividendo l’allarme lanciato dagli autori, ha richiamato l’attenzione sul valore democratizzante dei social media, in particolare per i giovani ricercatori e per gli specialisti attivi in Paesi a basso e medio reddito (LMIC). Secondo Ergun, l’editoria scientifica tradizionale continua a essere dominata da reti elitarie e da barriere strutturali all’accesso, mentre i social rappresentano spesso l’unico spazio dove diffondere e discutere evidenze cliniche locali, stimolare il confronto internazionale e costruire reti di mentoring e collaborazione al di fuori delle logiche accademiche dominanti.

Nel dibattito acceso dall’articolo di Giusti et al., un elemento ricorrente nei commenti — in particolare in quelli di Yakup Ergun e Amol Akhade — riguarda le barriere strutturali che ostacolano la piena partecipazione dei ricercatori provenienti da LMIC ai grandi eventi scientifici internazionali e alla produzione accademica ad alto impatto. Come ha sottolineato Akhade, mentre per molti colleghi degli Stati Uniti o dell’Europa accedere a congressi come quello dell’American Socitety of Clinical Oncology (ASCO) o dell’European Society for Medical Onocology (ESMO) è una possibilità relativamente agevole, favorita da visti rapidi, fondi istituzionali e inserimento stabile in reti accademiche, per un oncologo attivo in India, Kenya, Brasile o Filippine lo stesso percorso può essere segnato da ostacoli quasi insormontabili.

Ottenere un visto può rivelarsi un’impresa fallimentare, i finanziamenti per viaggi o iscrizioni sono spesso assenti, e l’accesso a gruppi di lavoro, comitati di linee guida o riviste ad alto impatto è limitato da paywall o da meccanismi di selezione informale che privilegiano reti preesistenti e capitali accademici consolidati. In questo contesto, i social media non rappresentano uno strumento secondario o opzionale, bensì un canale fondamentale — talvolta l’unico disponibile — per accedere alla medicina basata sulle evidenze, condividere esperienze cliniche, confrontarsi con pari grado e contribuire al dibattito scientifico globale.

Akhade ha raccontato come, in queste circostanze, la scelta di commentare una sperimentazione clinica o condividere un’innovazione locale non nasce dal desiderio di visibilità personale, ma dal bisogno di far sentire la propria voce, di affermare la validità del proprio lavoro, e di costruire connessioni scientifiche che non sarebbero altrimenti possibili. È attraverso queste reti informali che, secondo Akhade, si genera una conoscenza autenticamente globale, capace di includere prospettive diverse e arricchire la pratica clinica nei diversi contesti.

Akhade pur riconoscendo il rischio di derive opportunistiche, ha rivendicato il valore delle reti informali come OncoWisdom, una rete in crescita e diversificata di oncologi di tutti i continenti che si riuniscono non per attirare l’attenzione, ma per condividere conoscenze, discutere i dati delle sperimentazioni, contestualizzarne l’applicabilità e mettendo in discussione le ipotesi, con reciproco rispetto e basi scientifiche.

Sul versante opposto, Brian Shields — fondatore della piattaforma di analisi KOL Pulse — ha ribadito i rischi di una “classifica implicita” degli oncologi sulla base delle performance social, che può spostare l’attenzione dal contenuto al contenitore. Le classifiche di visibilità, secondo Shields, ridefiniscono subdolamente il valore del contributo scientifico, disincentivano la critica e premiano chi meglio conosce le logiche della viralità piuttosto che chi fornisce analisi metodologicamente robuste. In quest’ottica, la questione non è se usare o meno i social, ma come farlo responsabilmente, interrogandosi sempre se un post contribuisce alla costruzione di conoscenza oppure aggiunge solo “rumore”.

A fronte di questa complessità, Giusti e colleghi concludono il loro intervento con un appello alle società scientifiche affinché elaborino linee guida condivise per un uso etico e accurato dei social media nella comunicazione scientifica, colmando le lacune normative esistenti. Invocano anche l’integrazione dell’alfabetizzazione digitale nella formazione dei medici, per rafforzare le competenze di valutazione critica e promuovere un comportamento online più consapevole.

La posta in gioco, sottolineano, è alta: in un’epoca in cui la fiducia nei confronti della medicina si gioca anche sul piano della comunicazione, preservare il rigore scientifico significa proteggere non solo la qualità dell’informazione, ma anche la sicurezza e le aspettative dei pazienti.

Fonte:

Giusti R, Daniele G, Loupakis F. The Role of Social Media in Fueling Bias in Oncology. JAMA Oncol. 2025 Jul 1;11(7):683-684. doi: 10.1001/jamaoncol.2025.0617. PMID: 40272830.