
Un grande studio di coorte internazionale, pubblicato su Age and Ageing , riapre il dibattito sull’impatto dei farmaci antipertensivi sul rischio di demenza, suggerendo che alcune classi farmacologiche potrebbero offrire benefici superiori agli ACE-inibitori nella prevenzione dell’insorgenza di demenza, in particolare della malattia di Alzheimer.
Condotto su oltre 1,6 milioni di nuovi utilizzatori di antipertensivi in quattro Paesi (Regno Unito, Svezia, Australia e Hong Kong), lo studio ha confrontato i rischi di demenza associati a diverse classi di farmaci antipertensivi rispetto agli ACE-inibitori, utilizzando un disegno attivo di confronto tra nuovi utilizzatori e un rigoroso processo di armonizzazione metodologica dei dati tra i database nazionali coinvolti.
Dai risultati emerge un dato particolarmente interessante: l’uso di beta-bloccanti e diuretici tiazidici è risultato associato a un rischio significativamente più basso di demenza rispetto agli ACE-inibitori. Nei dati combinati (meta-analisi a effetti casuali), i beta-bloccanti hanno mostrato un hazard ratio (HR) di 0,92 (95% CI 0,87–0,97), mentre i tiazidici si sono attestati su un HR di 0,93 (95% CI 0,88–0,98).
L’effetto protettivo si è mantenuto anche nelle analisi di sottogruppo per specifici tipi di demenza. In particolare, i tiazidici hanno dimostrato una significativa riduzione del rischio di Alzheimer (HR 0,90; 95% CI 0,84–0,97). Al contrario, i calcio-antagonisti, pur essendo tra le terapie più diffuse, non hanno mostrato una differenza significativa rispetto agli ACE-inibitori in termini di rischio di demenza.
Lo studio ha adottato un approccio di confronto attivo tra nuovi utilizzatori (“active-comparator new-user design”) e ha escluso i pazienti con una diagnosi pregressa di demenza. L’esito primario era l’insorgenza di qualsiasi tipo di demenza, mentre quelli secondari includevano Alzheimer, demenza vascolare e demenza a corpi di Lewy. Le analisi sono state condotte separatamente nei singoli Paesi, con successiva meta-analisi per sintetizzare i risultati.
Importante notare che i ricercatori hanno adottato molteplici strategie di sensibilità, incluso un “lag time” di 2 anni per limitare il rischio di causalità inversa, e la verifica dei risultati attraverso metodi di propensity score matching.
I risultati di questo studio osservazionale suggeriscono che l’effetto neuroprotettivo dei farmaci antipertensivi potrebbe variare in funzione del meccanismo d’azione della classe farmacologica. In particolare, l’attività di modulazione adrenergica o natriuretica potrebbe avere un impatto più favorevole sul rischio cognitivo rispetto alla semplice inibizione dell’enzima di conversione dell’angiotensina.
Tuttavia, gli autori sottolineano l’importanza di non trarre conclusioni definitive in assenza di studi randomizzati. Il rischio di confondenti residui, nonostante l’accuratezza metodologica, non può essere escluso. Lo studio non modifica quindi le raccomandazioni terapeutiche attuali, ma offre nuovi spunti per futuri trial clinici orientati a valutare l’effetto dei singoli antipertensivi sulla salute cognitiva.
Bibliografia:
- Cheung ECL, Adesuyan M, Szilcz M, et al. Antihypertensive drug classes and risk of incident dementia: a multinational population-based cohort study. Age Ageing 2025;54:afaf121.

